Biagino ucciderà ancora

Alle 9 è già tutto finito. Un corteo ristretto, silenzioso lascia il cimitero di Lauro. Poche macchine, qualcuna della polizia, dei carabinieri. Lauro, invece, non è silenziosa. In paese è giorno di mercato. E c’è ancora la festa dei santi patroni. In più una decina di auto della polizia, otto dei carabinieri e tre della guardia di finanza. Ma ai funerali di Vincenzo Mazzocchi erano in pochi. I familiari più stretti, qualche amico che non ha rinunciato al saluto doveroso. Poi la polizia, i carabinieri. Per lo più in borghese, con discrezione. Non è stato un funerale blindato. Era blindato il paese. Nel piccolo cimitero di Lauro non c’era da aspettarsi qualcosa di terribile. Gente semplice e per bene i Mazzocchi, quelli che nel manifesto listato a lutto partecipano l’improvvisa scomparsa dell’anziano poliziotto in pensione e che sempre attraverso lo stesso manifesto ringraziano chi è vicino al loro dolore. Mancano due nomi tra quelli della moglie Olga Palmese, del figlio Arcangelo, dei fratelli Michele e Francesco e della nuora Annarita Pacia. Mancano il figlio Antonio e la nuora Rosaria Graziano. E mancano anche ai funerali. Come se la famiglia non li riconoscesse più, come la famiglia se avesse voluto troncare un legame che esiste ora solo negli atti anagrafici. Non c’era nessuno dei Graziano nel cimitero di Lauro. Sono stati gli stessi familiari di Vincenzo Mazzocchi a chiedere che il rito funebre si svolgesse in forma strettamente privata e dalla questura di Avellino non era giunta alcuna indicazione su misure di sicurezza particolari per la cerimonia. Poco meno di un’ora e tutto è finito.
Si è spenta anche la speranza, coltivata da Vincenzo Mazzocchi, che quel figlio destituito dal corpo della Polizia potesse in qualche modo rientrare in servizio. Il gip del tribunale di Avellino lo aveva prosciolto poco più di un mese fa e ne aveva disposto la scarcerazione. Ma sembrerebbe che proprio qualche giorno fa al tribunale di sorveglianza di Avellino sia giunta dal questore Mario Papa proprio una richiesta di misura di prevenzione nei confronti del genero di Luigi Salvatore Graziano. Il proscioglimento giudiziario non aveva convinto gli organi di polizia. Antonio Mazzocchi seppure riconosciuto estraneo alla strage di via Cassese, consumata nel maggio del 2002, risulta comunque nell’orbita del clan Graziano. Gli indizi raccolti negli anni parlano di partecipazioni a estorsioni ed altri affari della famiglia di sua moglie. Indizi che non hanno ancora trovato una conclusione giudiziaria, ma che sono parsi sufficienti per richiedere una misura di prevenzione. E quei rapporti di polizia adesso sembrerebbero ancor più giustificati, dopo l’omicidio di Vincenzo Mazzocchi. Che si sia trattato infatti di un agguato riconducibile al clan Cava, gli inquirenti hanno pochi dubbi. Come pochi sono i dubbi sulla “firma” di quell’omicidio. L’anziano poliziotto, dopo il duplice omicidio di San Paolo Belsito, nel quale sono stati uccisi Antonio e Francesco Graziano, era stato avvicinato dalle forze dell’ordine. Sarebbe stato avvertito sulla possibilità di vendette trasversali. Tutti i familiari delle persone coinvolte a vario titolo nella strage di via Cassese avrebbero dovuto considerarsi minacciati, in pericolo. Mazzocchi sarebbe stato anche invitato a cambiare qualcosa nelle sue abitudini. Ma l’ex poliziotto non si sarebbe mai sentito in pericolo. Aveva continuato, ogni sera a fermarsi con gli amici vicino a quelle panchine di contrada Ima. Negli affari del figlio non era mai entrato. Antonio era solo la sua spina nel fianco. La logica semplice di un uomo, che per tanti anni ha indossato una divisa, faceva da contraltare all’affetto naturale di un padre. Ma, secondo qualcuno vicino alla famiglia, Vincenzo Mazzoc-chi negli ultimi tempi, dopo la sentenza del gip di Avellino, aveva preso a sperare in un reinserimento del figlio.
Evidentemente le conclusioni di un gip non sono state le stesse di quelle tratte da Biagio Cava.
A Lauro, a Quindici, in tutto il Vallo il boss che ha perso la figlia Clarissa, la sorella Michelina Cava e la cognata, Maria Scibelli e l’altra figlia Felicetta la vede costretta su una sedia a rotelle, non si fa notare in giro da tanto tempo. Era stato rimesso in libertà, ma ha deciso di sparire dalla circolazione, certamente per muoversi meglio. E’ sempre stato un personaggio ai limiti della leggenda. L’ultimo, terribile fatto di sangue alimenta le voci, le ipotesi: in paese se ne parla, sottovoce, ma si parla. Sarebbe stato lui, perché ha ucciso Mazzocchi come ha ucciso altre persone. E’ questa la voce più ricorrente. Qualcuno ricorda la strage di Scisciano, dove Biagio Cava avrebbe avvicinato una delle vittime semplicemente con una sigaretta spenta tra le labbra e chiedendo di accendere. Quattro giorni fa, chi era in sella ad una moto enduro ha puntato dritto verso la panchina, ha attirato Mazzocchi alla moto e a meno di un metro di distanza ha esploso un colpo, qualche secondo perché gli altri presenti si allontanassero di un po’, e il killer ha esploso l’intero caricatore. Tutto in pochi secondi. Negli atti del processo per la strage di Scisciano, c’è una testimonianza che parla di un’azione fulminea, durata solo pochi istanti. E ancora altri particolari sul personaggio. Particolari che forse vengono dalla “leggenda” o che forse corrispondono alla spietata realtà: Biagio Cava quando agisce, si preoccupa sempre di non coinvolgere chi non c’entra.
E poi tra i tanti “si dice”, c’è quello più inquietante: avrebbe appena cominciato la sua vendetta contro i Graziano e non sarebbe per nulla intenzionato a lasciar correre altro tempo.
Due anni fa, quando era detenuto in Francia, quando la famiglia Graziano portò a compimento la strage di via Cassese, si dice che abbia trascorso tutta la notte ad urlare la sua voglia di vendetta. Il tempo non avrebbe placato la sua ira. C’è un diario vivente di quella terribile sera di maggio: la figlia Felicetta costretta su una sedia a rotelle.
E’ ricercato ora Biagio Cava. Non ci sono provvedimenti ufficiali nei suoi confronti, ma resta l’indiziato numero uno. Gli inquirenti della Procura di Avellino, della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la squadra mobile della questura di Avellino, ma anche il commissariato di Lauro e la compagnia dei carabinieri di Baiano lo cercano. La pressione delle forze dell’ordine nel Vallo è palpabile. Anche se accanto alle auto ufficiali circolano le “civette”. Si cerca la moto usata per l’agguato di contrada Ima. Ma gli inquirenti sanno poco al riguardo: i testimoni non hanno saputo descriverla nei dettagli. E c’è il sospetto che i killer non se ne siano disfatti, come al contrario accade. Potrebbe essere la stessa usata per l’agguato di San Paolo Belsito e potrebbe essere ancora in circolazione a Lauro, con una targa diversa, con qualche particolare nella carenatura diverso. Che i due fatti di sangue siano collegati, ormai ci sono pochi dubbi. Anche se per una conferma si attende la perizia balistica sui colpi che hanno attinto Vincenzo Mazzocchi. L’arma è sicuramente una pistola calibro 9 per 21. E anche per un boss come Biagio Cava trovare una moto e un’arma diversa per ogni agguato non deve facile. Soprattutto potrebbe essere rischioso. Come difficile potrebbe essere trovare “compagnie” diverse per azioni di questo calibro.
La vita continua a scorrere lentamente nel Vallo di Lauro. Almeno è l’apparenza. Ma puntuale, dopo fatti di questo tipo, arriva una prima risposta dalla gente del Vallo, abituata forse. Intorno alle 22 scatta una sorta di coprifuoco. Poche auto in giro, poca gente, pochi rumori. Un silenzio irreale.

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