Storie del Vallo
Marzano di Nola - La vita vale meno di uno schiaffo e gli schiaffi a casa non si portano. Un ragazzino di quindici anni non può prenderle da uno di dieci. Se non ce la fa a farsi rispettare da solo, ci pensa la famiglia. Storie del Vallo: una scintilla e s’infiamma il mondo. Due ragazzi che vivono vicini, che si conoscono da anni, fanno la stessa strada per andare a scuola, giocano nella stessa piazzetta, poi si scontrano e la lite esplode. Muore così il padre di uno dei due. Raffaele Corcione, 43 anni di Marzano di Nola, non era tipo che lasciava correre. Eppure ieri, nella tarda mattinata, affacciato al balcone di casa, urlava per fermare i due ragazzi che litigavano. Suo figlio di 15 anni e il figlio dei vicini, dei Sepe, di appena dieci anni.
Le sue urla hanno fatto precipitare in strada i Sepe. In tre sono usciti dal portone di via Sant’Anna. E hanno sparato. I ragazzini ancora in piazza, Raffaele Corcione che corre in strada e un colpo a bruciapelo lo coglie alle spalle, trapassa un rene e il cuore. Corcione cade sui basoli che si fanno rossi. Ma è vivo. Una vicina chiama il 113. La polizia arriva subito, ma uno dei tre assassini riesce a scappare. Gli altri due vengono presi poco dopo. Onofrio Sepe di 28 anni in un fondo in contrada Sopravia, Onofrio Sepe di 80 anni invece è ancora in strada quando la polizia arriva. Vincenzo Sepe di 49 anni è più lontano. Forse a Napoli, forse ancora nel Vallo di Lauro. Polizia e carabinieri lo cercano ovunque. Raffaele Corcione viene portato in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale di Nola. Morirà poco dopo. Il colpo, quell’unico proiettile di una magnum 7,65 è stato letale.
A mezzogiorno la scintilla. In piazza Andreoli ci sono i due ragazzini. E’ uno slargo dove finisce il dedalo di vicoli del centro storico. Alle spalle la montagna. Una discussione come tante, tra ragazzini che sanno della vecchia ruggine tra i genitori. Le loro case sono adiacenti. Il confine è molto labile.
Lo stretto vicolo sembra un condominio. Facili gli attriti per dividere lo stesso spazio. La scintilla scatta. I due ragazzini vengono alle mani. Raffaele Corcione si affaccia al balcone di casa, comincia a richiamare il figlio, rivolge parole che ai Sepe suonano pesanti per un bambino di dieci anni. E il primo a correre è il nonno Onofrio. E’ armato. Poi arriva il nipote 24enne che porta lo stesso nome, anche lui armato. Infine lo zio del bambino, Vincenzo Sepe di 49 anni. Una pistola anche nelle sue mani. E il colpo mortale lo avrebbe esploso proprio lui. Poco dopo le 14 Raffaele Corcione è steso a terra. Sette bossoli intorno a lui. Polizia e carabinieri ovunque alla ricerca degli assassini e un’ambulanza che corre disperata verso l’ospedale di Nola.
Nel pomeriggio, due ore dopo l’omicidio, la gente è in strada. Come per la festa, ma senza la festa. Ieri infatti a Marzano si doveva celebrare il patrono. Ma un omicidio da queste parti ferma tutto. Non capita spesso. Ci sono di mezzo due ragazzini. E’ successo nel centro storico, lo sanno tutti. Non c’è più niente da festeggiare. Il comune, il parroco sospendono tutto, senza fissare altre date. Eppure la folla c’è. Il mormorio sommesso sui particolari, sulle vecchie ruggini tra le due famiglie corre tra i vicoli di Marzano. Ma è un mormorio. Se passa l’auto di un “forestiero” le voci si spengono subito. Marzano attira la stampa. Fatti di famiglia pronti a finire sul nastro di una telecamera o sul taccuino di un cronista. Non si lasciano andare ai racconti in paese. Anche l’indicazione per la strada, per il luogo del delitto prende il sapore della confessione. Chiusi a riccio a Marzano. Fatti del paese e poi c’è troppa polizia in giro ancora. Le auto civetta della squadra mobile di Avellino attraversano il dedalo di vicoli. C’è ancora uno dei protagonisti in giro e potrebbe anche nascondersi in zona. Lo cercano tra il silenzio di quei vicoli affollati. La sua latitanza potrebbe non durare a lungo. Vincenzo Sepe è incensurato, è troppo lontano dalla mentalità di un latitante, non ce la farebbe a reggere a lungo la fuga. Non ha tanti soldi da spendere, vive del suo lavoro di operaio netturbino e in queste condizioni non può andare lontano. Potrebbe anche decidere di costituirsi, quando si accorgerà che la pressione di polizia e carabinieri è troppo forte per reggerla. Ma fino a tarda notte le sue tracce le ha dissolte. Le civette della polizia girano continuamente intorno alla piazza, lungo via Sant’Anna, vicino alle case dei parenti. Gli inquirenti sono convinti che sia stato lui a sparare il colpo mortale, ma la certezza non c’è ancora. Onofrio e Onofrio Sepe sono stati interrogati a lungo dal dirigente della squadra mobile di Avellino, Giovanni Trabanella e dal dirigente del commissariato di Lauro Francesco Mainardi. Hanno ricostruito più volte i fatti. Alcuni particolari non collimano. E forse nelle incongruenze si nasconde il particolare chiave per “pesare” le responsabilità. Sono stati interrogati anche i familiari dei Sepe. Uno dei figli di Onofrio avrebbe assistito a tutta la scena. Il suo interrogatorio è terminato alle 19,30. Ancora incredulo per quanto accaduto, è uscito dagli uffici del commissariato mormorando “Ma io ho sempre lavorato in vita mia”. I due fermati sono stati sottoposti alla prova dello stube. Onofrio Sepe di 80 durante l’interrogatorio ha avvertito anche un malore. I sanitari della Misericordia del Vallo sono intervenuti per soccorrerlo. Nulla di grave. Per motivi di età potrebbe ottenere gli arresti domiciliari.

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