Il mostro d’amianto

Dovrebbe essere chiusa, sigillata ermeticamente. Dovrebbe esserci un cartello che indica l’alta pericolosità. Invece l’ex Isochimica di Pianodardine, chiusa dal 1989, è lì, accessibile a chiunque. Uno scheletro di fabbrica che negli anni 80 impiegava circa 300 operai per scoibentare dall’amianto le carrozze in disuso delle Ferrovie di Stato. Recinzioni aperte in più punti e amianto ovunque. Una prima, sommaria, insufficiente bonifica dell’area aveva permesso di rinchiudere in blocchi di cemento gran parte dell’amianto ricavato dalla scoibentazione. Quei blocchi hanno cominciato a deteriorarsi e per evitare che le spore, leggerissime, potessero disperdersi nell’aria, quegli stessi blocchi sono stati coperti con teloni di pvc. Ora anche i teloni si stanno deteriorando. Ma non è solo quello il pericolo. Il tempo, l’incuria, l’abbandono, le piogge hanno fatto il loro lavoro. Nel piazzale circostante lo stabilimento ci sono matasse di amianto disseminate ovunque. Gli uffici, tutti coibentati in amianto, sono aperti. Il pericolo è ovunque. Una bomba ecologica a pochi passi dal rione ferrovia e nei pressi di strade trafficate e percorse anche a piedi. Ma quell’area così abbandonata, così dimenticata, spesso viene anche utilizzata. Qualcuno, avventurandosi nei capannoni, soprattutto di notte, ha notato strane presenze: le aree più appartate verrebbero utilizzate da ladri d’auto per “pezzottare” le macchine appena rubate e farle sparire velocemente e senza dare nell’occhio.

Tempo fa, una società incaricata dal comune di Avellino, aveva calcolato che per la bonifica dell’intera area occorrevano oltre due milioni e mezzo di euro. La “Sinteca” dopo aver compiuto il monitoraggio commissionato dall’amministrazione comunale, stabilì quella cifra per gli interventi più consistenti. Fu chiesto un finanziamento alla Regione Campania, ma l’accordo con la giunta di Palazzo Santa Lucia non è stato ancora raggiunto.

Dell’Isochimica si torna a parlare ciclicamente. Alcuni anni fa ci fu una protesta da parte degli abitanti del rione Ferrovia e soprattutto dei docenti e degli studenti e dei genitori degli alunni che frequentano le scuole del rione: chiedevano all’allora sindaco Antonio Di Nunno di intervenire e di fare qualcosa che mettesse fine una volta per tutte alla “convivenza” continua con quel mostro. Nel giugno dello scorso anno furono anche avviate le visite mediche per gli ex dipendenti dell’azienda di Piandodardine. Alcuni di quei trecento operai alle dipendenze dell’ingegnere Elio Graziano, negli anni si sono ammalati di tumore; qualcuno nel frattempo è anche morto per cancro. Ma mai è stata provata con certezza una relazione tra alcune morti sospette e l’aver lavorato per tanto tempo a contatto con l’amianto senza le protezioni adeguate.

L’azienda è in piena attività negli anni 80. Ma già nel 1983 le Ferrovie di stato si accorgono che sulle carrozze scoibentate ad Avellino bisogna intervenire nuovamente per la bonifica. Un documento ufficiale in questo senso è datato 7 marzo 1983. Eppure il pretore di Firenze, competente nell’inchiesta sulle conseguenze dell’uso di amianto e sullo smaltimento illegale attribuito alle FS, ordina la chiusura dello stabilimento solo sei anni più tardi. E nel 1989 nell’azienda di Pianodardine le carrozze scoibentate erano circa duemila mentre l’amianto accumulato era di circa ventimila quintali. Elio Graziano si era aggiudicato la gara d’appalto più consistente. L’azienda nacque dal nulla e impiegò oltre trecento operai.

Alcuni dei dipendenti, negli anni dopo la chiusura, raccontarono di aver lavorato senza alcuna esperienza specifica; raschiavano l’amianto coprendosi la bocca con un fazzoletto di stoffa. E, sempre secondo i racconti dell’epoca, quando qualcuno si lamentava per le fastidiose conseguenze alla gola e all’apparato respiratorio, Graziano minimizzava: “Fa più male una bibita gasata” queste le parole che l’imprenditore, poi travolto dagli scandali giudiziari delle lenzuola d’oro, ripeteva sempre.

Dell’Isochimica si è occupato l’allora giudice istruttore del tribunale di Avellino Modestino Roca. L’inchiesta ha visto la condanna di Elio Graziano e di altre persone per una serie di reati ambientali. Dopo oltre quindici anni la verità è che non esiste ancora una verità sull’Isochimica di Pianodardine.

Impossibile ancora oggi quantificare realmente i danni prodotti da quell’azienda. Impossibile sapere per quanto ancora le spore di amianto e asbesto continueranno ad aggredire chi abita, frequente e lavora anche a centinaia e centinaia di metri di distanza da quello stabilimento abbandonato.

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