Il manifesto
Era perfetto il fax: un decreto che dispone l’udienza preliminare. Non dovevo elemosinare nome, cognome, età, date, luogo, motivi. Insomma la storia delle cinque W. Era tutto scritto, bastava semplicemente trasformare il giuridichese nella storia di un tizio che incendia l’auto di un assessore. E che ci vuole?! Niente. Dieci minuti e il pezzo è pronto. La mattina seguente è sul giornale. Nessun rischio querela per la precisione che più precisa non c’è. E invece alle 10 squilla il telefono. La segretaria. Ce ne sono due: maschio e femmina. A me tocca quasi sempre la femmina. Si chiama Angelica. Cucina bene, ma è polemica: per avere il telefono nuovo ho dovuto dimostrarle che ben tre tasti non erano fedeli, che il cavetto era rotto e che ne avevo effettivo bisogno per lavoro oltre che per le telefonate personali.
“Uè, tu stai ancora a casa?”
Alle 10 del mattino non solo sono a casa, ma al massimo sto scaldando il latte per il cappuccino. Superiamo la domanda retorica, ha chiamato sul fisso. “C’è uno che ti deve parlare. Ha detto che vuole una rettifica”. Faccio mente locale sulle notizie del giorno prima e penso a tutt’altro. “Quello che ha incendiato la macchina dell’assessore…”. Fai le dieci di sera ad arrovellarti sui condizionali che nel decreto che dispone un’udienza preliminare non ci sono, fai meticolosa attenzione a non fare ripetizioni eccessive del termine indagato e, tra i sinonimi e contrari, ti tieni ben alla larga dal termine imputato. Angelica in tre secondi ha già condannato il tipo che le sta di fronte. “Si vabbè, quello”. Che vuole? dire che non ha incendiato la macchina, che il processo non è ancora nemmeno deciso, che l’assessore è un bravuomo e lui pure… In dodici anni ho imparato a memoria. E le querele non mi sono mai piaciute. “Dice che gli devi fare il manifesto”. Il manifesto? Ah, sì… la locandina. Il tipo ha un’impresa di onoranze funebri e Angelica ama ripetere pedissequamente. Per rispetto, anche se lo ha condannato. “Ma tu quando vieni?”. Cinque anni ormai che lavoro qui e Angelica spera sempre che prima o poi mi decida a usare un orologio. Rispondo sul vago. Tanto di sicuro sarà più tardi dell’orario che indico.
“Ha detto che torna”. E ci vediamo nel pomeriggio! Passa un’ora e il telefono squilla di nuovo. E’ tornato già?
“No, c’è stato un morto”. E dove?
“Non si sa. Hanno detto Montefredane”. Non è Milano, ma nemmeno il mio condominio di cinque famiglie. Giro di telefonate e ci vado. Prima delle 18 è difficile che accenda il telefonino. L’ho fatto invece stamattina. Aspettavo una telefonata importante.
“Uè… tu stai a Montefredane?” No, ho deciso di fare un giro di negozi. “Quello è tornato. Tu quando vieni?”. E’ difficile spiegare ad Angelica, che al giornale ci lavora da dieci anni, che ci sono i carabinieri con i guanti e i sacchetti di plastica, che il medico legale è un fissato per i servizi fotografici, che magari nessuno ti dice niente e ti tocca stare lì con le orecchie tese a capire cosa dicono i parenti, facendo finta di stare lì per caso.
Rispondo ancora sul vago. “Ma quello ha un’impresa di pompe funebri e ha detto che ha appena fatto un funerale”. Angelica è superstiziosa o schizzinosa? Perché l’incipit con il “Ma” non l’ho capito. Rispondo ancora, ma non vagamente. Le offro un paio di possibilità per la destinazione. Seguo la mia storia e me ne torno a casa. Ho qualche ora di tregua, Angelica riprende alle 16. Puntuale, svizzera: “Uè stai a casa?” Chiama sempre sul fisso, io ho un cordless e le regalo una bella soddisfazione: sono in giardino!
“Quello sta di nuovo qui!”. Rifletto sul tipo che si è sentito dire nell’ordine “Quello”, “Ha incendiato la macchina dell’assessore”, “Ha l’impresa di pompe funebri” “Sta di nuovo qui”. Ma perché non la uccide? E’ innocente, sono sicura, l’auto non l’ha incendiata lui. Vabbè, arrivo tra mezz’ora. Arrivo dopo un’ora.
Il tipo lo conosco, infatti mi accoglie sollevato. Mi spiega la vicenda a modo suo: “E’ vero, c’è stato il rinvio a giudizio”. La richiesta di rinvio… “Ma quello, l’assessore stamattina ha fatto le fotocopie del manifesto…” la locandina “E le ha impizzicate in tutti i bar”. Affisse nei bar: abbiamo guadagnato 100 copie. “Ma voi…” Lei “Non sapete i fatti. Quella, la moglie prima è stata condannata. Perché quando hanno incendiato..” Hanno… “…la macchina dell’assessore, la moglie mi ha preso a calci e maleparole, e l’hanno condannata”. Allora non è una rettifica. “Me lo fate il manifesto?”

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