Rafè, il bibliotecario

Don Angelo aveva le smanie filantropiche. Viveva in un casino di caccia. Un lungo viale, una pineta e quel casermone del settecento, con le stalle, il parco e la campagna intorno al poggio. Morì: ai figli la proprietà e i soldi, al comune i libri della sua biblioteca. E ne aveva tanti. Nel testamento pose una condizione al sindaco: che in biblioteca ci lavorasse Rafè. Rafè non si è mai laureato. Faceva il figlio di papà. La farmacia rendeva e lui aveva tutti i soldi che voleva da giocarsi ai cavalli o a tressette nel bar. Però i libri gli piacevano. Nacque la biblioteca comunale. Don Angelo aveva pensato anche a quello: un appartamento in un palazzo dell’ottocento che era suo. Il portone in pietra, le camere grandi con la volta del soffitto altissima. Gli scaffali da biblioteca ci stavano benissimo. Rafè ha cominciato così. La biblioteca era di fronte al liceo. Così che almeno ci andavamo noi. In biblioteca non ci andava nessuno. Eravamo gli unici clienti. “Rafè, mi serve Cicerone”, “Rafè, il De Bello Gallico”. Volevamo i traduttori. Compito in classe di latino: chiedevi di andare in bagno, uscivi in strada, attraversavi e t’infilavi furtivo nel portone. Poi faceva tutto Rafè. Il passo della versione lo trovava lui. Rafè non aveva bisogno di archivi, registri, elenchi. Sapeva benissimo dove si trovasse qualunque libro. Per forza: ce li aveva messi lui. E per mettere a posto tutti i libri di don Angelo ha impiegato una vita. Un libro lo riponeva dopo averlo letto. E allora nella narrativa ci stavano i romanzi, nella storia e saggistica ci stavano i libri di storia e di saggistica. E così via. Senza computer, senza data base. Rafè dopo aver letto tutti i libri, si accorse che la biblioteca non bastava più. Che c’era la cripta della chiesa. Lui l’aveva letto: ci avevano sepolto la gente del paese prima e poco dopo Napoleone. L’arciprete assieme al signorotto, e poco più in là la contadina. S’inventò il museo della gente senza storia con tutti gli stracci, i cocci e i fogli trovati due piani sotto le navate. Perché il paese era piccolo, di signori pochi, di ori e argenti men che meno. Però era tutto intatto e c’erano tante storie. Che fatica passare l’acqua distillata su quelle pezze per togliere via polvere e schifezze. Gli ho dato una mano: “Rafè, ma questa gonna dove stava?” “Non ci pensare, è passato tanto tempo”. C’ho passato i pomeriggi con Rafè. Non gli ho mai perdonato quando mi chiese di prendergli un rotolo di scottex nel suo armadio. Ce n’erano due. Almeno mi sembrava. Bianchi e voluminosi uguale. Uno era rotolo, l’altro era un arrotolato. Dentro c’era un teschio. Anche quello aveva tanto tempo. Ma per Rafè quella roba trovata nella cripta era roba sua. Il museo poi l’ha fatto. E ha brigato per rimetterlo al suo posto: nella cripta della chiesa. E’ venuto bene. Un anno, forse due poi è finito. Il comune non aveva altri Rafè che stessero lì ad aspettare qualcuno. Ho saputo che Rafè ha chiesto di andare in pensione. I libri li ha letti tutti e il museo è chiuso.

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