5 maggio 1998
Era più o meno quest’ora. Me la ricordo bene quella sera. La pioggia era fitta. Le gocce erano così insistenti che i tergicristalli non facevano in tempo a spazzare via l’acqua, che il parabrezza era già pieno. Gocce piccole, sottili e insistenti. “A Quindici ci sono un sacco di morti”. Non dovevo lavorare quella sera. Ma chiamai il giornale, chiesi se c’era bisogno di una mano. “Servono tutti” mi risposero. La prendemmo quasi sottogamba all’inizio. Il telefono è un pessimo strumento. Pensavamo tutti che il solito sindaco la facesse tragica. Non c’era nessuno quel martedì sera che potesse dare una conferma. E già circolava tra le tivvù locali un’onda di fango che invade le strade, sovrasta le case, travolge le macchine e le persone. Mi chiamò Pompeo, l’avvocato che conosce tutti i misteri del Vallo. “Sono scappato a Taurano, da qui si vede una nuvola sopra Quindici. Lo so, non c’è più niente”. Pompeo non esagera mai. A Quindici ci andai il giorno dopo, quando già si sapeva che la poliziotta era morta per andare a prendere il latte in polvere per il figlio di pochi mesi, che la farmacista aveva pensato di essere più utile in farmacia, che il vecchio Scafuro voleva salvare almeno i soldi… E vidi quel segno lasciato dall’onda sui muri delle case ancora in piedi. Due, tre, quattro metri e le palazzine sventrate. Entrai in una casa. Mi dissero che sotto i miei piedi forse c’erano due persone. Mi si gelò il sangue e cercai di spingermi fuori prima possibile. Non parlava nessuno, scavavano tutti. C’era un sole magnifico.

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