Cicero pro domo sua

La prima reazione è un’immediata risata. Poi ci ragiono un po’ e razionalmente divento incredula. Credo sia una reazione benevola. Perché altrimenti dovrei dire, citando una canzone di Paolo Conte con voce quasi in falsetto (e ce ne vuole!): «Gli uomini son tutti dei collìooni». A voi girano le scatole e pensate subito: «Eh, se toccano la redazione di un giornale, subito a gridare allo scandalo, all’attentato alla libertà d’informazione». A me viene da ridere. E ve lo dico, così ci facciamo tutti una risata.
La notizia
La procura di Brescia ha disposto una perquisizione nelle redazioni milanese e romana di Repubblica e in quella del Piccolo di Trieste. Sequestrati i computer di due giornalisti, il rapporto di trasmissione e ricezione fax, fotocopiate agende personali. L’inchiesta riguarda il caso Abu Omar e la divulgazione di atti coperti da segreto istruttorio.
A prescindere dalla solita querelle sulle ore trascorse da una decina di finanzieri nelle redazioni (Repubblica dice una decina, la procura parla di operazioni mirate e chirurgiche di pochi minuti) che mi sa tanto dei dati questura sindacati sugli scioperi generali, ma mi vien da ridere.
Principio 1
Il segreto lo viola chi ce l’ha. Per cui, se un giornalista viene in possesso di atti coperti da segreto istruttorio, si presuppone che tali atti siano stati consegnati da Procuratore capo, in sub ordine sostituto procuratore, cancelliere o segretario del pm, capo della squadra di Pg che segue le indagini. L’usciere di solito non sa nulla.
Principio 2
Un giornalista che viene in possesso di atti coperti da segreto istruttorio di solito li pubblica e fa in modo che tali atti non siano mai uno scoop, ma vengano «condivisi» da collega concorrente simpatico. Del tipo: du gusti is megli ch uan!
Corollario: In caso di documenti grossi e scottanti, il meglio (o il peggio, dipende dai punti di vista) non viene mai pubblicato a puntate; per cui con la pubblicazione non c’è più bisogno di guardare negli archivi di un giornalista.
Principio 3
L’uso del fax nelle redazioni dei giornali si è ridotto all’osso. Men che mai il soggetto (vedi principio 1) che tradisce il segreto istruttorio si sognerebbe di trasmettere atti riservatissimi dal fax della Procura, con tanto di pagina di copertina e numero dell’apparecchio di trasmissione.
Principio 4
Se il giornalista ha un appuntamento con uno dei soggetti di cui al principio 1, di solito evita di annotare sull’agenda: «Ore 15 appuntamento con il procuratore capo per documenti su caso Abu Omar». Al massimo il giornalista appunta sull’agenda cose del tipo: «Comprare il latte per quell’anima di Dio che non vedo mai».
Principio 5
Il bravo giornalista che mastica di inchieste, se indagato, si avvale della facoltà di non rispondere. E lo fa per tre motivi: il primo, perché è un diritto di ogni indagato; il secondo, perché esiste il segreto professionale; il terzo, perché sa bene che nei processi l’onere della prova è a carico del pubblico ministero che, da una dozzina di anni a questa parte, è capace di avvalersi solo di intercettazioni telefoniche.
Conclusioni
La libertà di informazione non mi pare sia stata intaccata, perché i documenti scottanti sono stati pubblicati. Fossi il direttore di Repubblica denuncerei la Procura di Brescia per ingiuria: sta storia, messa in giro da film, telefilm e fiction, che i giornalisti «son tutti dei collìoni», adda finì!

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