Cairano, dove non si parla al futuro

Sessanta centesimi per una Coca Cola fresca di frigo. Il bar è anche un minimarket e una merceria. E la lattina è la stessa dei bar di città: con la pubblcità dell’IPod e di Itunes. A vederli i vecchietti con le auricolari dell’Ipod a fare jogging la mattina! Perché di giovani niente. E bambini pochi, da contarli sulle dita di una mano. Anno 2007, a dispetto delle incisioni sui portali in pietra: 1830 e qualcuno anche più vecchio. Cairano sembra un misto di passato e di presente. Il futuro? è un verbo strano da pronunciare, senza neppure un bambino, con le scuole elementari che di anno in anno si fanno sempre più povere. Matrimoni ancor meno. Sono un evento. Come i funerali. I più giovani vivono all’ingresso del paese, lungo una delle poche strade percorribili in auto. Il centro storico, pietre, mattoni e cemento nuovo, è dei vecchi, sempre più vecchi, aggrappati ai loro balconi, alle loro finestre. Vecchi che si arrampicano per quei vicoli in salita, fatti di pietra e ciottoli, tenuti assieme, ma senza un livello preciso, dal cemento nuovo, quello gettato con la ricostruzione. Case, una sull’altra. Un tetto e più su un’altra casa. Si sostengono così, senza fondamenta, senza pilastri. E quanto costa una casa a Cairano?
Il comune a marzo scorso ha messo in vendita sei case. Ruderi del terremoto, abbandonati e acquisiti in proprietà dal comune. Vendute per 9, 10mila euro. Casette in pietra da 50, 60 metri quadri. Ma cadono a pezzi e bisogna ristrutturarle. E ristrutturare costa, perché il trasporto dei materiali non è per niente agevole. Di mezzi neanche a parlarne.
Come si vive a Cairano? di cosa? che si fa nel tempo libero?
“E’ tutto un po’ difficile”, risponde una signora sull’ingresso di casa. Un bimbo di quattro anni è aggrappato alla sua mano. “Non ci sono giovani, si sta bene però”. All’ingresso del centro storico c’è anche la proloco. Un manifesto un po’ sbiadito ricorda “Cairano sotto le stelle”. La notte di San Lorenzo ha la sua magia in un borgo con poche case, poche luci e tutta la vallata intorno. L’orizzonte di notte deve essere ancor più grande.
La piazza è uno slargo nel centro storico. Pietre a terra, una ringhiera in ferro battutto e tre panchine su una vista che toglie il respiro. Tutta la vallata dell’Ofanto in uno sguardo. Il lago di Conza, il verde dell’oasi e l’oro dei campi trebbiati, la terra smossa, con le zolle aride di quest’estate povera di pioggia. Tanti colori che si mischiano in un orizzonte infinito. E a strapiombo le case. Case per trecentocinquantadue persone. Da ieri trecentocinquantuno. E’ morta un’anziana. Aveva 94 anni. Non è un’età rara. E il paese era deserto. Arrampicandosi nei vicoli in pietra si sente, nel silenzio che regna, il coro della chiesa madre. La navata è affollata. Tra i banchi tutti anziani, pochi giovani, pochi adulti. Il campanile ha il suono automatico. La lapide in pietra bianchissima apposta nell’agosto del 2001 ringrazia monsignor Nunnari per aver finanziato il nuovo impianto sonoro. Di sagrestani che sappiano scampanare a dovere non se ne trovano più. E così, quel suono sempre uguale accompagna la bara, portata a spalla su pr il vicolo in pietra, a gradoni irregolari. Il corteo segue fino al cimitero. Poi si scioglie e gli anziani tornano alle loro case. E’ mezzogiorno e i negozi sono chiusi. I negozi: un sali e tabacchi, un bar alimentari. Un altro minimarket è rimasto aperto. Non c’è neppure l’edicola. Ma ci sono le antenne paraboliche, tre, forse quattro nel centro storico. Sulla porta di un negozietto l’adesivo sbiadito: “Qui ricariche Tim, Omnitel”. La fusione Vodafone non è ancora arrivata. Per la benzina bisogna scendere a valle. Il primo distributore è sull’Ofantina, ma è un self service. Di banche neanche l’ombra. Ci sono le Poste, ancora la vecchia insegna tonda a fondo giallo. Ieri il corrire ha ritirato 7 lettere da spedire. E il corriere è l’unico “straniero” abituale. Una faccia “forestiera” si riconosce subito e gli sguardi sono curiosi. Non corrucciati, come quelli che cinquant’anni fa accolsero “La donnaccia”. Del set cinematografico sono rimaste solo le pietre. Qualche anziano ricorda ancora la “rivoluzione” che portò in quegli anni la troupe. Ora gli sguardi sono più aperti e cordiali con il forestiero di passaggio. “Da dove venite? e vi trovate bene?” e poi “Arrivederci”. Detto con poca convinzione e tanta ospitalità.

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