Dalle macerie riaffiora la storia

Una terra fatta di strati di storia. Un terremoto, le macerie e il paese che risorge, riciclando le pietre cadute e aggiungendone di nuove. Fino a quando non si può più andare oltre. E il tempo, la storia si fermano in un attimo immutabile che è ancora lì, con le pareti sbriciolate, le finestre aperte, mobili intatti a raccontare l’ultimo istante di vita di Conza.
Il paese è rinato a valle e, attraversando la strada che porta al parco archeologico, c’è il classico cartello bianco con la striscia rossa. Lì finisce Conza, lì comincia Compsa.
Il paese-presepe, come lo chiamò Sciascia sulle colonne del Corriere della Sera, all’indomani del terremoto del 1980, è un altro luogo, che ha ceduto il suo nome all’insediamento sorto a Valle, e ha ritrovato la sua origine antichissima. Compsa è il nome latino. Duemila anni fa il paese era già lì, sul quella collina che domina tutta una valle e si affaccia sul fiume Ofanto. Nell’860 il primo terremoto; nel 990 la terra trema ancora, nel 1349 altre macerie, nel 1694 e nel 1732, fino al 1980. Distrutta, risorta, distrutta ancora e ancora.
Non c’è più nessuno in quel groviglio di vicoli e pietra. E’ un grande museo all’aperto. Un cancello delimita il parco. Ma sotto quella strada in salita, tutta in pietra, che porta alla vecchia Conza, ci sono ancora poche case in piedi, che il terremoto non sbriciolò. E tre o quattro famiglie vivono ancora lì.
vito Farese è un sindaco giovane, che quella notte del 23 novembre riuscì a scampare la trappola delle macerie rifugiandosi nel punto più alto, da dove si vede la valle e da dove quella notte si vedevano solo macerie. E’ un’immagine ferma nella memoria di tutti, ma Vito Farese ha deciso di acquistare quei ruderi ancora in piedi e farne un ufficio turistico, la sede per un centro destinato ai rifugiati politici e un ostello della gioventù. Chi vorrà visitare il parco, tra non molto potrà fermarsi al’ingresso di Conza vecchia. Poco lontano c’è un ristorante: Da Michelina, ma il proprietario è originario di Montoro. Si è innamorato del posto. Ha aperto il locale. Ma chi ci viene, gli dissero in tanti. E lui, ostinato ha aperto la sua terrazza sull’invaso del fiume. Carni alla brace, piatti del posto, vino che resta sospeso tra il palato e il cuore, e un panorama da cartolina.
Chi ci viene a Conza?
I turisti, non quelli della domenica, ma quelli che cercano spicchi di mondo lontani dal battage pubblicitario. Telefonano, prenotano una visita al parco e rubano un’emozione.
Ci sono i ragazzi dell’associazione onlus pronti ogni giorno a indicare le strade, le pietre che raccontano una storia millenaria e l’ultimo istante di quel paese. “Ogni giorno, racconta Filomena Masini, percorro queste stradine. Ma la mia è una passione. Il mio numero di cellulare è finito su tutte le brochure. Mi chiamano a qualsiasi ora. Poco fa un gruppo di avvocati napoletani ha fissato per la prossima settimana”. Al parco si può andare ogni giorno. Nel fine settimana anche senza prenotare, come ad agosto. Sono in sei a guidare i turisti per i vicoli di Compsa. “Oggi ho calpestato il basolato per te, altrimenti non si può”. Disponibili come mai, i ragazzi dell’associazione raccontano la storia, ma non con il tono cantilenante delle guide industriali. “Per la visita guidata c’è un piccolo contributo”. Quanto piccolo? “Un euro”. Più che piccolo, ridicolo: “Sì, ma qualcuno arriva fin qui, chiede e poi rinuncia alla guida. Quando tornano, un po’ mi dispiace, perché non hanno capito molto e allora spiego tutto”. Per un euro anche la saletta del museo. Le case rimaste in piedi nel parco sono due. Una con le pareti spesse di tufo e pietra bianca, rimessa in sesto, colorata di rosa e di piante verdi: lì ci sono tutti i reperti e una saletta dove viene proiettato un dvd su Conza negli anni prima del terremoto e nei giorni della distruzione. Gli ultimi frame del filmato non sono dedicati a Conza, ma al Quirinale, quando il presidente Cimpi consegnò la medagli al valor civile per la popolazione. L’altra casa è gialla, stagliata sul cielo, poggiata sulle pietre bianche di Conza. C’era il centro sismologico, poi trasferito a Sant’Angelo dei Lombardi. Il percorso è tutto in salita, verso la villa comunale, dove c’è anche il campo sportivo e quel vecchio e malandato serbatoio costruito nel ‘56, con i fondi della Cassa per il Mezzogioro. Rosicchiato, ma sempre in piedi, anche quella notte del 23 novembre. Doveva diventare una torre con una terrazza panoramica, ma la Regione ha bocciato il progetto. “E’ lì, poi si vedrà - taglia la guida che attraversa il vecchio campo di calcio e punta all’anfiteatro. Prima di raggiungere l’arena romana c’è un viale alberato. Il “pavimento” è fatto di blocchi di pietra disseminati senza un ordine. Quel che resta dei portali delle case. I più anziani sanno legare un nome, una storia, un dramma a quelle pietre. Il turista distratto leggerà solo un numero, immaginando soltanto quale storia nascondano quelle pietre.
E poi c’è l’anfiteatro, nascosto dai rovi e dalle erbacce. “Perché gli scavi sono ancora giù, intorno alla cattedrale. E la Soprintendenza ha lasciato che crescesse la vegetazione, per proteggere questi resti”. Bisogna cercare con lo sguardo le pietre, i mattoncini: sono in fondo a un ponticello di legno. Sopra quelle pietre una casa, mezzo diroccata. L’intonaco verdastro nasconde le pietre riciclate. Una parte crollata apre su una cucina con le sue piatrelle bianche a fiorellini ancora intatte e una cucina a gas arrugginita, ma al suo posto, come alle 19,30 del 23 novembre 1980.

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