Greci e i tesori della lingua
Mai giudicare dalla lingua, da quella sonorità così distante, così diversa. A Greci salutano, sorridono, accompagnano. Arroccati su quel borgo, stretti nelle loro case di pietra e creta, sono cordiali e ospitali, pronti a raccontare, ad accogliere chi arriva da quelle parti. Perché a Greci bisogna arrivarci, bisogna sapere che esiste. Di indicazioni lungo la strada neanche a sognarle. Solo al bivio tra Greci e Savignano ci si accorge che quel borgo che conta meno di un migliaio di anime esiste. A proposito di numeri: 1500, 800, 500? quanti sono gli abitanti?
Ci scherza su, un ragazzo. Ha i capelli biondi raccolti in un codino: “No, siamo 800, ma al prossimo censimento saranno 23”. Siamo e saranno, perché i ragazzi fuggono: studiano fuori, poi trovano lavoro fuori, oppure partono semplicemente. “Vanno in Toscana - racconta un anziano - In Toscana ce n’è altrettanti. Un altro paese”. Un’altra Greci, insomma. Ma saranno 1500 o 800?
Sorriso amaro dell’anziano: “Io sono stato 42 anni in Germania. Poi sono tornato. Avevo mia sorella qui”.
L’accento misto tra i ricordi della lingua dell’infanzia, il “crucco” imparato lavorando per la ferrovie, e di nuovo il dialetto del paese. Una minoranza nella minoranza, si sente l’anziano che è emigrato e poi è tornato. “La città è un’altra cosa. Qui non c’è niente. Abbiamo l’aria buona però. Lo sanno anche i napoletani. Hanno comprato casa qui e vengono ogni tanto. Sono molti”. Molti significa sei famiglie che hanno acquistato le casette del centro storico. “Cinque, seimila euro. Anche tremila. Dipende. Le hanno rimesse a posto”. Quelle case di pietre e creta, che adesso contano più stanze di una trentina di anni fa, quando un solo ambiente era per gli uomini e le bestie. Le kalive ricompaiono nel bianco e nero delle foto esposte nel municipio per il festival delle minoranze linguistiche. I tratti morbidi e romantici di volti del passato che si presentano ai visitatori: oggi hanno il sapore della foto artistica, ieri erano la realtà di un borgo povero, contadino, lontanissimo.
Ma il presente è arrivato. Lo sa la postina del paese: “Non è più come una volta. Oggi consegno anche cento lettere al giorno”. Le “lettere” sono bollette della Tim, della Wind, del BancoPosta.
L’ufficio postale, il municipio, la farmacia: le insegne stradali hanno le stesse dimensioni. E sono le uniche. “Qui non c’è molto da fare, il paese è piccolo. Ci sono due negozi. Poi, per la spese, aspettiamo il lunedì”. Giorno di mercato e i vecchi del paese si trascinano le sporte tra i vicoli e le salite, perché Ariano dista una quindicina di chilometri di curve. La statale 90 delle Puglie è comoda, sempre che si abbia l’auto. E la città, la città è Foggia, perché Greci è terra di confine e soltanto Ariano ricorda che questa è ancora Irpinia. Un’isola di lingua, di storia, di rapporti. Qui si guarda sempre ad Oriente. Il paese si affaccia ad Est; Foggia dista meno di cinquanta chilometri.
Il Festival ha richiamato un po’ di gente da fuori. “E’ una risposta minima per ora - secondo Ugo Vuoso, direttore dell’Istituto di studi storici ed antropologici, organizzatore dell’evento - ma l’idea del Parco deve convincere i politici e gli amministratori locali. E’ da loro che ci si attendono le risposte che possano poi invogliare l’imprenditoria. Il turista oggi guarda con attenzione a queste realtà; cerca percorsi che non siano routinari; bisogna però invogliarlo”.
Perché cosa trova il turista oggi? un bel borgo, una vallata a perdita di orizzonte, l’aria buona, la cordialità, volti e lingue del passato e non un albergo, non un ristorante. Ci sono i bar, dove gli adulti giocano a tressette e i ragazzi siedono ai tavolini all’aperto. All’ingresso un’insegna al neon, fondo blu e scritta fucsia invita: “Il ritrovo degli artisti”.

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