Aquilonia, la città fantasma

Lo spuntone di una collina che guarda tutta la vallata. Da una finestra si vede il castello ducale di Bisaccia. Ed è solo una finestra. Intorno on c’è nulla, solo pietre e calce. Carbonara e le sue rovine. Un cartello arrugginito segna una data. !930. Il tempo si è fermato lì, a quell’anno, alla distruzione del terremoto. E non c’è altro che pietre e calce a ricordare che quello era un paesino di agricoltori e pastori. Lo si capisce dalle case, da quel che resta. Piccole, una stanza sull’altra. Perché prima si costruiva quando c’erano le pietre da accatastare. Le stanze piccole, per famiglie numerose. E accanto alla casa, la stalla, per chi possedeva anche le bestie. Accanto alle case, sul retro, un vigneto. I grappoli rossi sono ancora vivi, come le viti, aggrovigliate tra loro, con i tralci dalle rughe profonde. E’ un passato recente, costruito sulle macerie di un altro passato, più antico, ma ugualmente povero. Insediamento romano, ma sempre di agricoltori e pastori. Sulle alture di Aquilonia non doveva essere facile arrivare neppure con la viabilità romana diretta nelle Puglie. Carbonara è ancora un cantiere aperto. Con fondi europei aspira a diventare parco archeologico, ma i lavori dureranno ancora molto. Qui sperano che anche i fondi non abbiano una scadenza ravvicinata. Perché il parco archeologico assieme al museo etnografico rappresentano una speranza. All’ingresso del borgo una casa in pietra è stata ristrutturata. Le pietre, le solite, che non hanno il colore bianco posticcio della ricostruzione, ma il grigio del tempo che è passato. Le stesse che c’erano prima dell’arrivo degli operai, rimesse insieme, consolidate e rimesse a sorreggere un piano nuovo, colorato di rosa, per ospitare gli uffici di quello che è, ma bisognerebbe dire sarà il parco archeologico. Per il resto è un deserto, silenzioso, triste, con il suo fascino di una vita tutta da immaginare. Carbonara invita a pnsare: alla vita contadina, alla vita da isolati, lungo quelle strade che potevano essere percorse solo a dorso di un mulo, dove il centro più vicino, Bisaccia, sembra lì a portata di sguardo, ma lotano curve e sentieri. Si viveva di grano e di ortaggi. E l’inverno, con le sue nevicate, più solitario degli altri paesi vicini. Duemila, tremila anime, fino a quel terremoto del 1930. Ma il paese fu spostato, dove si pensa che sia nato con gli spostamenti dei romani, ad Aquilonia. Il “nuovo” paese non è molto diverso da tutti i centri ricostruiti dopo il terremoto del 1980. Anche qui la devastazione e la ricostruzione hanno lasciato le loro tracce, cancellando storia e passato, allontanando le case le une dalle altre. Criteri antisismici, si chiamano. Perché prima le case erano le une attaccate alle altre. Famiglie senza legami dividevano le pareti di pietra e anche l’orto sul retro. Oggi ci sono vialetti a dividerle e la piazza e la chiesa a riunirle. Ma, tra quelle duemila persone che popolano la nuova Aquilonia, non ci sono giovani, non quelli che si sono spostati verso Napoli, Salerno, Bari, per studiare all’università. Quelli rimasti hanno trovato lavoro nelle fabbriche di Calitri o nei campi. Immense distese di terra e pochi trattori che solcano i campi.
Il museo etnografico riproduce le case contadine, gli antichi mestrieri, mostra gli attrezzi di un secolo fa. Segno che la ricostruzione non è fatta solo di calce e pietre, ma anche di mezzi, di oggetti. E’ nel passato che Aquilonia cerca il suo rilancio. E’ un passato semplice, senza fregi e stemmi nobiliari, senza palazzi gentilizi, ma denso di curiosità e particolari che non affiorano in altri centri, preoccupati più di recuperare origini più ricche e fastose, appartenute solo a pochi. E’ una storia collettiva, dove i nomi non hanno importanza, ma i racconti della tradizione

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