L’oro di Montevergine
Le reliquie di San Gennaro sono rimaste a Montevergine fino ala fine del XV secolo. Portate via con la forza dal cardinale Alessandro Carafa, poi divenuto Papa. E con San Gennaro, tutto un reliquiario che i monaci benedettini custodirono.
Con l’arrivo dei Garibaldini a Napoli, alcuni monaci congiurarono contro l’abate De Cesare, arrivando ad attentare alla sua vita, aggredendolo anche con la complicità di alcuni abitanti di Mercogliano.
L’infermeria e la farmacia dell’abbazia del Loreto furono per anni e anni gli unici luoghi di cura per Mercogliano. E Ospedaletto deve il suo nome all’ospedale che i benedettini fecero costruire.
La prima raccolta di mappe catastali della provincia di Avellino fu realizzata proprio nel monastero.
Sono tante le particolarità che rendono la storia di Montevergine e della Congregazione unica e indissolubilmente legata all’evoluzione del territorio.
I Benedettini arrivarono a Montevergine intorno al 1200 e i primi libri furono caricati sul dorso di un asino da San Guglielmo. Il monaco era diretto in Terra Santa, ma si fermò prima a Bari, da lì nel beneventano e poi ad Atripalda, dove si accorse del monte Partenio. Guglielmo, solo ed eremita a Montevergine, fu raggiunto da altri monaci. Nel 1126 la consacrazione della chiesa costruita dai monaci benedettini, che vivevano secondo la Regola. Preghiera, lavoro e studio. Dei trecento codici ricopiati in quegli anni, nel patrimonio della biblioteca monumentale ne restano poco più di duecento. E in varie lingue, addirittura in giapponese. I compiti erano divisi tra chi dettava, chi scriveva, chi correggeva, chi eseguiva le miniature e infine, chi riuniva l’opera completa, il legatore. Un lavoro enorme che i monaci non trattenevano al chiuso dell’abbazia. Divenne una fonte di guadagno: i codici furono venduti. Comincia un “circuito economico” che porterà nei secoli a realizzare un’infermeria, una scuola, un ospedale, e la farmacia, rimasta attiva fino al 1901. Oggi, nella biblioteca lavorano dodici, tra bibliotecari, archivisti, segretari, tutti rigorosamente civili. Come nei secoli scorsi, quando la farmacia, per esempio, era gestita da farmacisti e speziali. Ma per essere speziali al Loreto bisognava avere specializzazioni paragonabili ai master di oggi. Un primo livello consentiva la somministrazioni delle erbe positive, ma per dosare i veleni a scopo curativo, occorrevano conoscenze chimiche profonde. Gli speziali erano solitamente nolani, baianesi. L’ultimo direttore della farmacia fu un Pagnotta di Avellino.
Una testimonianza profonda del legame tra l’abbazia e il suo territorio. Legame documentato anche nelle oltre settemila pergamene custodite in biblioteca: atti notarili che raccontano della cura dei terreni, dei beni nella disponibilità dell’abate. Quei documenti, che Padre Placido ha trascritto e raccolto in un’opera monumentale di tredici volumi sono la storia dei luoghi, delle tradizioni, degli usi e della gente. Sono membrane fragilissime che la direttrice dell’archivio Amalia Pecoraro maneggia con estrema delicatezza, ma non nega e non nasconde agli studiosi che frequentano la biblioteca.
I libri, oltre che un patrimono inestimabile, rappresentano anche tutto il cammino della divulgazione, non soltanto religiosa, ma anche scientifica e letteraria, nelle forme che la stampa ha assunto. Manoscritti e stampati. C’è da passare una vita nei saloni del Loreto. E non basterebbe. Perché il lavoro prosegue, ed è un lavoro fatto anche di scelte: “Stiamo riorganizzando la sezione delle parrocchie. Qui sono custoditi tutti i registri parrocchiali, ma restaurarli costa e i fondi mancano. Spesso siamo costretti a scegliere cosa restaurare - spiega la vice direttrice della biblioteca Bianca Corcione -. E non di rado preferisco i documenti, a meno che l’alternativa non siano libri antichi e unici. Un documento, quando è perso, è perso per sempre”.
Di rarità custodite ce ne sono. E non sono solo libri, ma anche arredi. Come la sala settecentesca. Un pavimento originale, di pochi metri quadri, è stato argomento di una tesi di laurea in architettura. Le scaffalature in radica di ulivo e in noce rappresentano esempi unici di artigianato napoletano. La calusura impedisce ancora l’accesso ad alcuni locali, ma occasioni come il maggio dei monumenti e le giornate della cultura, aprono alcune delle porte “sbarrate”. E’ il caso del salone di rappresentanza, che Casini, in visita di recente, paragonò ai salonidi Montecitorio. O l’appartamento nobile, che ha ospitato principi e regnanti, oltre che cardinali, in ritiro. Pare che anche il presidente della Repubblica Cossiga, in gran segreto abbia trascorso qualche giorno di ritiro al Loreto. “Ma non ho ancora trovato i registri con la sua firma”, spiega la vice direttrice, “E per uno studioso, una notizia è vera quando c’è un riscontro documentale”.

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