Montefusco, la colonia dei nemici del Re
Quelle scritte sugli scuri di legno sono graffiti. Incisioni precise, che resistono ancora oggi. Scavate con tutta la forza della disperazione. E ricorrono alcune parole: libertà, liberi, liberare. Una ripetizione ossessiva che si spiega già all’ingresso, con la grafia altrettanto netta del detenuto Nisco. “Ci cacciarono attraverso una fetida cava e per un piccolo uscio con imposte ferrate”.
Quella fortezza è ancora lì a raccontare il destino dei prigionieri. Quelle pietre che fanno da pavimento, riprese, recuperate e restituite oggi hanno il fascino dell’antico, del passato, della storia da conservare gelosamente. Come le mura tufacee, spesse, dure, invalicabili. Secoli fa erano il passaggio dei condannati. Quelle porte basse e strette costringevano a chinare il capo. Su quelle pietre si trascinavano pesanti catene. Quelle mura imponenti non lasciavano filtrare la luce. E la luce era solo un bagliore attraverso grate di ferro che nessuna lima avrebbe tagliato. Benvenuti allo Spielberg dell’Irpinia, che oggi è un’altra cosa. Conserva quella sua aria triste, malinconica. E, varcando quelle porte basse e strette, scendendo quei gradoni così irregolari, si coglie il senso della prigionia. Quello non sparirà mai. E in fondo è tutto lì il fascino della fortezza.
Ma le cantine, le celle, gli stretti corridoi oggi vivono di giochi di luce, dove gli spazi possono essere grandi e suggestivi, tanto da ospitare eventi particolari. Nel vecchio carcere borbonico oggi è protagonista il vino. Montefusco, terra di Greco e di Fiano, di ottimo aglianico, mette in vetrina i suoi vini sotto le volte alte dei sotterranei del carcere. Repubblica, con “le città della domenica” ha puntato in più di un’occasione sulla vecchia fortezza. E le rassegne, le mostre ormai non si contano più. Tra le mura tufacee, sotto una luce morbida, bottiglie, botti e ballon assumono un colore e un “sapore” più suggestivo. Nessun luogo saprebbe raccontare meglio questa antica tradizione. E il carcere guarda anche tutta la vallata.
Dietro le grate di ferro, scrostate dalla ruggine secolare, si può spaziare nella vallata del Calore. Il panorama non deve essere cambiato molto. Si sono aggiunte le case, ma la terra conserva i suoi colori: dal verde al tabacco, in chiazze miste che rendono il mosaico più complesso. Chi, tra i condannati, aveva la fortuna di una finestra cui aggrapparsi, aveva la possibilità di appoggiare lo sguardo, e forse più di una preghiera, al convento dei frati Cappuccini. E’ lì, su un poggio, nello sconfinato orizzonte che si estende, nelle giornate nitide, dal Molise alla Basilicata, più in basso della fortezza, ma tanto vicino da sentire il tocco delle campane e, quando il vento non è contrario, il canto dei frati.
Per visitare il vecchio carcere bisogna “procurarsi” un evento, di quelli di vino e tombolo, perché in quei momenti il gioco di luci morbide addolcisce la centenaria malinconia, crea ombre su quei graffiti dei condannati, appanna il senso di disperazione conservato intatto tra quelle mura.
Capitare in un giorno feriale, con il paese semi deserto, non serve a nulla. Si può guardare, scoprire, ma non capire fino in fondo cosa è oggi, cosa vorrebbe essere oggi quell’imponente struttura che domina tutta la vallata.
dimenticato per decenni, soltato di recente è stato recuperato e destinato ad eventi culturali, a polo attrattivo per curiosi di paesaggi e storie d’Irpinia. Ma i lavori sono ancora in corso.
Ciclicamente si avviano interventi per il restauro conservativo. L’edificio è utilizzato soltanto in parte e alcuni locali sono occupati dalla sede municipale.
Tutti gli interventi eseguiti sono riusciti a ritrovare il vecchio volto, ma esaltandone i pregi architettonici e reinterpretando una storia, ormai così lontana, in una chiave più “mansueta” e inoffensiva.
E’ scomparso il terrore di quelle mura. E’ rimasta la testimonianza di un’epoca e della “forza” che la capitale del Principato Ultra esercitava.
Non è l’inferno dantesco, ma un detto antico lascia intendere ancora oggi quale atmosfera cupa si respirasse tra quelle mura. Chi trase a Montefusco e po’ se n’esce po’ dì che nata vota n’terra nasce. Bisognava uscirne, però. E la speranza tra i condannati, gli imprigionati del regno borbonico non era tanta. Al punto che alla cattiva sorte di una condanna si aggiungeva la pena del carcere di Montefusco.
Il decreto reale che istituiva il “bagno penale” di Montefusco è del 1851. In calce la firma di Ferdinando II di Borbone. Ma le celle, i condotti, le grate esistevano già dal XIV secolo e la fama di quel carcere era già nota. Tra i più duri e penosi del Regno, sistemato nei sotterranei del castello che gli Aragonesi trasformarono in palazzo del Tribunale.
Il carcere era strutturato in due vaste corsie sovrapposte, di forma rettangolare. Quella inferiore era la più malsana, perché umida e buia. Del resto la prammatica del viceré di Napoli del 1600 prescriveva che i carceri dovevano essere “tenebrosi vel faetidi aut subterranei cum non ad poenam sed ad custodiam potius inventi sint”.
Sotterraneo, tenebroso e fetido al punto che i presidi, ospitati nei piani superiori del castello, d’estate dovevano abbandonare l’edificio, tanto era il lezzo del carcere. E i contadini ripetevano che mai avrebbero usato quelle stanze come stalle per il bestiame.
Le storie, non leggende, sulle sevizie subite dai prigionieri erano tante. I registri della parrocchia riportano di frequente la dicitura: morto nel regio carcere.
Il bagno penale fu abbandonato solo nel periodo napoleonico, dal 1806, al 1851, quando appunto, Ferdinando II pensò di ripristinare il carcere.
I primi a inaugurare il nuovo carcere furono cinquanta prigionieri plitici: il barone Nicola Nisco di San Giorgio del Sannio, il duca Sigismondo Castromediano di Lecce, il ministro borbonico Carlo Poerio, il conte Michele Pironti di Montoro e tanti altri. Erano stati trasferiti dal carcere di Procida. Da Montefusco ne uscirono profondamente minati nella salute. Colera, bronchite, artrite, cecità, pazzia: questi i segni indelebili su quei cinquanta prigionieri.
La storia del carcere prosegue anche dopo la proclamazione del Regno d’Italia. Montefusco diventa una succursale di Avellino per una cinquantina di detenuti, provenienti dal capoluogo, da Napoli, da Santa Maria a Vico e dalla Basilicata. Non furono mai più di duecentocinquanta, considerato il numero limite, pure raggiunto nell’epoca borbonica. Il primo aprile 1877 fu soppresso e nella corsia superiore dell’edificio fu sistemato il carcere mandamentale, in dipendenza della Pretura, a sua volta soppressa nel 1923. Oggi il carcere borbonico è un monumento nazionale. Nel 1961, con la celebrazione del primo centenario dell’unità d’Italia ci fu un massiccio afflusso di visitatori. Le celebrazioni si conclusero con l’inaugurazione di un monumento ai reclusi di epoca borbonica. In un angolo della piazza, nei pressi dell’ingresso superiore del carcere c’è il monumento che simboleggia la vittoria e il trionfo del sacrificio e della libertà sulle catene del dispotismo e della tirannide.
La detenzione nel carcere di Montefusco lasciò segni profondi in chi riuscì poi ad uscirne vivo. Castromediano e Nisco, nei loro scritti ricordano quei giorni. Castromediano, nelle sue Memorie ricostruisce l’arrivo e la prima notte nel bagno penale borbonico. Nisco traccia un terribile bollettino di morte e malattia. Nessuno uscì indenne dalle mura del penitenziario.
“Rimasti soli con a nostra desolazione non vi era altro cui appigliarsi se non coricarci su quel suolo a ciottoli. Così facemmo. La notte era diaccia e ventosa, la neve fioccava fitta sulle circostanti montagne ed il rovaio impetuoso entrava libero dalle imposte delle finestre, le quali chi sa da quanti anni non erano state curate. Ci coricammo adunque rimanendo vestiti e avvoltati nei mantelli e per non perire intirizziti dal freddo e per crearci un’atmosfera più tiepida, ci accostammo ed abbracciammo siffattamente l’un l’altro da parere una sola massa. Dopo stentatissima ora riapparve l’alba, ci alzammo con le ossa rotte e le membra fredde e indolenzite, sparuti come larve. Dalle fessure delle finestre vedemmo la neve biancheggiare sulle creste dei monti e la vedemmo accumulata per circa dieci centimetri sul davanzale di esse”.
(Castromediano, Memorie)
“Al Poerio sopravvenne affanno pettorale, al Castromediano bronchite ricorrente, al Pironti spinite, a Staglianò srtrite, a Schiavone la perdita di un occhio, a diciassette rilassamento dell’anello inguinale; De gennaro smarrì la ragione; furno emottoici Tuzzo, Serafino, Sticco: finirono per etisia Antonio Ferraro, Alfonso Zeuli e Vincenzo Cavallo; morirono di colera Mellucci, Cimmino, Pannunzio, Gatto e Torquato”.
(Nisco, Storia del Reame di Napoli.

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