Caro Nacchettino

Io posso sfogliare il giornale anche a quest’ora, senza dover correre in edicola, comodamente seduta a letto, col portatile sulle ginocchia e senza neppure impaccio di cavi. Se dico pdf, se dico mouse, wi-fi, dico niente per te che scrivevi ancora con la penna e un foglio ogni 50 parole, con una bella stilografica. A volte, solo a volte ti ho visto con la macchina da scrivere. Lo so che mi hai permesso di darti del “tu”, per via di quella regola un po’ stupida che “tra colleghi si fa”. Forse per quelli della tua generazione, quando il livello era più o meno lo stesso: liceo classico, laurea, studi, salotti e discorsi, libri e la scrittura che metteva sale nella zucca. Non ho nessun pudore a dirti che questo “tu” non mi è mai andato a genio. Io non ho saputo usarlo. Ho preferito la via del discorso senza nomi e pronomi, quando abbiamo parlato. Perché, caro Nacchettino, mi sentivo a disagio le volte che al bar, dietro un caffé, con l’eterna sigaretta appiccicata alle labbra, mi dicevi: “Ho letto il tuo pezzo”. Era già un giudizio, era già un motivo per arrossire e stringermi nelle spalle. Non scrivevo pensando che avresti letto e magari poi ne avremmo discusso il giorno seguente. Non importava che dicessi: “Era buono”, oppure “era pessimo”. Ci stavo già male.

Caro Nacchettino, vigliaccamente te lo confesso adesso: c’erano degli idioti, tra i miei coetanei e tra più maturi, che a vederti sbuffavano, quasi fossi una seccatura “esterna” e non qualcuno che teneva la penna tra le dita come un direttore d’orchestra. Scrivevi poco, però. La tua pigrizia era proverbiale. E allora di te, qualcuno diceva: “Peccato che Nacchettino scriva poco, ma quando scrive…” e veniva quel gesto di mano che disegnava la tua grandezza.

Gli anni sono passati e abbiamo smesso di incontrarci al bar di mattina. Io mi sono spostata di qualche metro e ho continuato a incrociarti. A volte mi sono soffermata a salutarti e a scambiare qualche parola. Poi ho smesso. E non è stato per cattiveria, sciatteria, supponenza; ho un modo strano di voler bene alle persone: preferisco ricordarle nel loro momento migliore. Non accetto l’idea della fine. Non volevo che la realtà sfilacciasse, sfiancasse anche l’immagine più bella che avevo di te. La battuta pronta, un aggettivo solo che raccontava tutta una storia, il ragionamento profondo, l’analisi acuta. Eri tutto quello che in giro cominciava a scarseggiare e che oggi, amaramente ammetto, non c’è. Non c’è un altro Nacchettino.

Lo sto dicendo a me e agli altri vivi.

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