Il vangelo di De Gennaro e la liturgia ortodossa

E’ finito anche nel presepe: la classica statuina degli artigiani napoletani di San Gregorio Armeno dedicata al personaggio del momento. E non importa che sia amato o odiato, basta che sia popolare. Nove su dieci, i campani, e non soltanto loro, sanno chi sia Gianni De Gennaro. Beffa del nome, il commissario dei centoventi giorni si accosta al santo più amato dai Napoletani. Tanto che, per evitare “concorrenze sleali”, il cardinale Sepe ha portato in Duomo, in via del tutto eccezionale, le ampolle di San Gennaro in una veglia di preghiera.
Stranamente chi vive fuori dall’inferno, oggi, da giorni, guarda a lui, non come prefetto, ma come Salvatore. Chi sta nell’inferno dei rifiuti lo accomuna invece all’angelo giustiziere, che stermina gli “egizi” e risparmia gli “ebrei”. Che poi tutti si sentono egizi meno che in Valle Caudina (da ieri).
E l’altro giorno De Gennaro aveva detto a chiare lettere: “Il mio piano non è vangelo”.
Non c’è mai stato niente di più “apocrifo” della gestione dei rifiuti in Campania: come “ciò che è tenuto nascosto” e “ciò che è tenuto lontano dall’uso”. Esattamente come i vangeli. In un inconsapevolissimo lapsus, il commissario avrà voluto dare conto di una discontinuità col passato, quanto meno nella forma: estrema e tempestiva pubblicità di ogni decisione, verifica scrupolosa dei siti. Ma tra “decisione” e “attuazione” corre un mare e camminare sulle acque non è cosa possibile per un prefetto.
C’è ormai la ragionevole probabilità che il piano “non liturgico” di De Gennaro diventi compiutamente vangelo, per di più apocrifo (lontano dall’uso).
Già l’esclusione di Tre Ponti, già la tregua di Marigliano, già il fallimento della gara per il termovalorizzatore di Acerra, già le proteste che si moltiplicano a ogni spiffero, già il messaggio rassicurante per Ariano piovuto dal Colle, già la scarsa copertura finanziaria, sono segnali di quella liturgia che si è sempre professata in questi quattordici anni.
Eppure il supercommissario ha, dovrebbe avere, grandi protettori. Da tutto l’empireo dell’emiciclo si sono levate attestazioni di stima e incoraggiamenti: “Bisogna stare vicini a De Gennaro” hanno detto da Roma. “De Gennaro vada avanti”: che detto ogni giorno sembrerebbe quasi voler spingere il commissario, un passo alla volta, sull’orlo del baratro, per giunta senza più il paracadute di un governo sospeso nel limbo.

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