Elescion dei

Nuccio fatica in Tribunale. Ha sessant’anni ma ne dimostra parecchi di più. ci prova ogni giorno a dimostrarne di più, da quando il governo ha deciso che prima dei 65, no, in pensione non può andarci. Chi glielo dice al governo che prima dei 38 anni il posto nessuno glielo voleva dare? e non è che prima dei 38 anni non ha fatto mai niente. Aveva acché fà. Metti l’acqua, metti la farina e mettici pure la benzina nella 127 caffèlatte di papà. Lo sa il governo che la notte prima dell’elezioni la 127 caffellatte si faceva tutti i cantoni, tutti i pali della luce, tutte le curve del paese, e sempre col portellone del bagagliaio alzato, che tra cati di colla e manifesti arrotolati lo spazio non bastava mai. E poi mettiti, ogni cinque metri: scendi, apri il bagagliaio, piglia la colla, piglia la pennellessa, piglia il manifesto. Posa tutto. Ripiglia tutto. Meglio aperto il bagagliaio, che pure il maresciallo se ne accorgeva; ma tanto…
E quelli non sono anni che si possono riscattare per la pensione. Quelli sono anni che Nuccio si è chiuso a libretto.
Ma Nuccio, o Carminuccio, Carminiello, fatica in tribunale. Un posto alla cancelleria. Prima metteva i timbri e le firme, e faceva le copie. Quando è entrato copiava a mano. Passava la giornata. Oggi on/off, apri Word, apri modello, compila i campi e la copia è bell’e fatta. Ha imparato pure a fare la stampa multipla.
Fatica al secondo piano, in una stanzetta da solo. La porta è sempre aperta. Sempre un avvocato che trase e uno che esce. Chiedono carte, chiedono pure quello che non si può chiedere. Perché una bottiglia a Pasqua e un panettone a Natale, il caffé ogni tanto: Nuccio si fa fare fesso. Perché al paese è così: tutti amici e compari la domenica mattina o la sera al bar della piazza. Un caffè, la partita a briscola su quel tavolino fetente, con la formica verde e le gambe ottonate. Ci vuole sempre la zeppa sotto, per non far scivolare il mazzo.
E Nuccio crede che l’ufficio è come la piazza, come il bar.
Come ha fatto Nuccio? ne ha incollati manifesti. Mica gliene fregava che quella faccia bella sul manifesto aveva gli anni suoi e manco la laurea. Come lui, che sempre il segretario fa. Ma quella faccia bella i manifesti non li aveva mai attaccati. Sempre liscia gli era andata. Due portoni più sopra del suo. Là era nata quella faccia.
Stesso paese, stesso vicolo, stessa piazza. Solo che quello, gira e rigira era finito a Roma. Lì per lì tutti a dire che era merito del padre, che girava casa per casa. Faceva i voti a quelli che un giorno si sarebbero chiamati il figlio. Se in paese hai un padre farmacista, medico, o parroco stai già in carrozza. Alla peggio pure maestro va bene. L’importante è tenere una scurriata in mano e ti senti già cocchiere. Così era andata. Nuccio alla peggio avrebbe lavorato la terra del padre. Poca, tosta e brutta. Ma Nuccio voleva il posto. In quegli anni era il massimo. Sette ore in ufficio, tra un timbro, la gazzetta e la schedina, la giornata pure passava. Così dicevano tutti: è pane sicuro, che te ne ‘mporta. E a Nuccio mica gl’importava. Così si era messo a incollare manifesti, quando il figlio del maestro aveva cominciato a mettersi il vestito della festa e la cravatta anche quando non era domenica.
Anche adesso avevano la stessa età, ma Nuccio fatica in tribunale e quello sta a Roma. In paese ci viene ancora. Si è fatto la villa, sopra al vicolo. Ma devi fare la salita per arrivarci. Ti fanno entrare però. Solo che in paese dicono sempre che bisogna bussare con i piedi: le mani devono essere impegnate.
Nuccio non incollava più manifesti e neanche i suoi figli.
Quella mattina era sembrata come le altre. Solo che il giornale non portava le solite cose, ma la faccia di quello. E la famiglia di quello. Mannaggia ‘a morte! quella porta la doveva chiudere.
Con tutti i soldi che spendono per i tribunali si scordano sempre di rifare le porte. Gli spifferi, quelli non si riparano mai. E qualcuno ci marcia. Era andata così, secondo Nuccio. Le porte, mannaggia le porte che stanno sempre aperte: chi trase e chi esce. E la mattina dopo sta tutto sui giornali. Anche se Nuccio non c’entrava, le carte erano passate da lui. E un po’ s’era fatto la risata tra il ponte e i denti ancora suoi.
Non sputare in cielo che in faccia ti viene, diceva la nonna.
Quello aveva strepitato a destra e a manca, e tutto in faccia gli doveva venire.
Solo che un po’ ci ripensò e decise che non poteva fare l’infame.
Tornò a casa e trovò la pasta e fagioli nel piatto a tavola, con il piatto piano rovesciato sopra. A sollevarlo si accorse che la pasta era fredda e la condensa era finita dentro al piatto.
Mammà è fatta proprio vecchia. Non si ricorda più quando le dice che torna alle 3. Lei mangia come i vecchi: a mezzoggiorno il pranzo, alle sette la cena. E poi a dormire, senza manco sapere che fa Portapporta.

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Una Risposta a “Elescion dei”

  1. Gabriè ti offendi se ti dico che è semplicemente stupendo? Veramente bello! Un gran racconto! Comununque di Nucci ce ne sono da tutte le parti! Non solo da voi! Se vuoi te ne presento un paio, magari li mettiamo insieme e li facciamo chiacchierare tra loro!

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