Elescion dei. Il federale

Zì Nanduccio cenava tutte le sere alle 8. Un piatto di pasta al sugo, abbondante per farci la scarpetta. Mezzo bicchiere di vino rosso e la sigaretta per completare. Questa la cena. Anche d’estate. Un po’ di pepiciello d’inverno. E non c’era comizio che tenesse. Anche quando in paese arrivava il Federale. Zì Nanduccio doveva cenare alle 8. Tanto i ragazzi lo avrebbero aspettato, sul palchetto montato a metà strada sul Corso, tanto per prendere quelli del bar di Umberto e quelli del bar di Carmelo.
Zì Nanduccio doveva cenare. E quando il comizio era alle otto, si preparava prima. La camicia nera, la cravatta nera, mentre l’acqua bolliva. La cravatta era quella del lutto. Di quando la povera Maria se n’era andata e gli aveva lasciato la cena puntuale alle 8. Anche la camicia era quella del lutto. Del fascista non aveva niente, solo la nostalgia dei venti anni, ma i suoi. E non aveva avuto figli da comandare, maschi da addestrare, femmine da mandare in mogli e pronte a sfornare nipoti e rammendare calze.
E di gradasso gli era rimasto solo il ricordo delle gambe divaricate e i pugni sui fianchi, con quel vocione che scandiva parole, le volte che l’aveva sentito e non alla radio. Perché la sua voce era tenera e dolce, ché quando diceva del partito lui lo chiamava il “muvimento suziale”.
Però il muvimento suziale non c’era più. Il federale, quello più federale, aveva lasciato solo la fiamma. Solo per quelli come lui, che la croce sulla fiamma non potevano scordersela. E con il muvimento suziale se n’erano andate un po’ di bandiere e tanto entusiasmo dei ragazzi. Bisognava adattarsi e fare le facce nuove, quelle pacate e meno tese. Quelle fatte con l’altra guancia. I compagni della sezione “Berlinguer” se ne stavano sempre di fronte, con la faccia di sfida. “Voglio vedè quanta gente si mette sotto al palco”, dicevano due ore prima del comizio. E lo dicevano a zì Nanduccio che non aveva mai preso a schiaffi un comunista, manco quando si portava.
Zì Nanduccio quella sera cenò come le altre volte. E aveva la camicia e la cravatta già a posto. Avrebbe fatto il suo discorso. Avrebbe detto Alleanza Naziunale, come gli ripeteva da qualche mese Umberto. Avrebbe detto che ci vogliono i valori per andare avanti. Avrebbe fatto il bravo, però non potevano impedirgli di concludere “viva la fiamma, viva il muvimento suziale”.
Rimestando tra i meccheroni al sugo e i pensieri.
Fatta la cena, dalla casetta sul ponte, in fondo al Corso sentiva l’altoparlante e la voce del Federale, che ora si faceva chiamare segretario provinciale. Nemmeno il tovagliolo si era passato sulle labbra. Correva. E dal palco il federale salutava. In campagna elettorale non si può sforare manco di cinque minuti. E mica perché il maresciallo ce l’avesse con zì Nanduccio. Solo che il sindaco avrebbe fatto storie. Solo che i rossi del marciapiede di fronte avrebbero fatto il grugno sotto al palco e proprio davanti al federale.
Tutta una scusa. Zì Nanduccio non fece in tempo a salire sul palco.
“Abbiamo fatto, zì Nandù. Avete visto quanta gente?!”. E le bandiere erano bianche e azzurre.

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3 Risposte a “Elescion dei. Il federale”

  1. Una storia bellissima complimenti sono personaggi che si trovavano in molti borghi della nostra terra ci voleva coraggio a dirsi fascisti in Irpinia nel resto d’Italia era anche peggio, sapevamo che sarebbero state privazioni, “consigli” non richiesti e non ascoltati poi arrivò un giovane di Bologna che i comunisti, non ne fanno mai una buona, avevano impedito di vedere un giorno un film di John Wayne, berretti verdi e svendette, quello che non aveva potuto il sangue lo fece l’oro… ma la battaglia continua

  2. Tu credevi che non ti avrei trovata, eh? E io me ne stavo.

  3. Gabrie’ ti scrivo con le lacrime agli occhi.
    Vedi, a dispetto della mia età non tanto avanzata, ho avuto la fortuna di conoscere quel mondo.
    Dove c’era zi’ Nanduccio Rossi ad Altavilla, zio Sebastiano Santaniello a Lauro, zio Guido Gramaglia (ancora combattivo) a Montella, i Domizio Spiniello a Capriglia e soprattutto il Professore de Jorio ad Avellino.
    Era un mondo semplice, appassionato, capace di trasmettere l’orgoglio dell’appartenenza e dell’essere “altro”…
    C’era forse un sottile piacere a sentirsi nel ghetto…
    Ed ho tanto rimpianto non per la camicia nera di zi’ Nanduccio, ma per la sua voce, per la sua onestà, per la sue fedeltà all’Idea, come per quelle degli altri amici che ho citato.
    Era un popolo sano, in pericolo e che si aiutava.
    Quando dovevi trovare un falegname o un meccanico o dovevi comprarti un vestito o anche solo prenderti un caffè cercavi di andare dal “camerata” perchè si era una comunità dove ci si doveva aiutarsi l’uno con l’altro, perchè spesso essere artigiano anche bravo, ma missino, significava non avere clienti…
    E’ un mondo che in gran parte non c’è più, perchè è cambiata la società, perchè molti di quei testimoni ci hanno lasciato.
    Spero di riuscire - maldestramente - ad onorarli in ogni giorno della mia attività politica credendo in ogni cosa che faccio.
    Questo “sistema” politico, frutto del porcellum non mi piace, la mia lotta e la mia attività trova la linfa in quegli insegnamenti, in quelle testimonianze di una vita intera spesa per dimostrare che si poteva essere rispettati anche senza stare dalla “parte giusta”.
    Con l’affetto di un vissuto condiviso e con la gratitudine per le emozioni che hai fatto scaturire in me.
    Giovanni

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