Lo sbirro

Ci incontravamo di nascosto, a metà strada. Uno scambio di notizie e di impressioni. A volte di confidenze. Ma io registravo tutto. La possibilità che lo sbirro giocasse a fotti compare non era remota. Archivio, mi dicevo. E intanto trascrivevo le conversazioni, andando avanti e indietro con il tasto del registratore. Mica c’erano gli emmepitrè, che col cursore di winamp puoi lavorare in pace. Stiamo parlando di quindici anni fa. E un registratore tascabile era roba pesante che doveva stare nella tasca e non rompere. I fruscii dei vestiti, le mosse per prendere il pacchetto di sigarette, finivano tutti nel registratore. A risentirli, un mannaggia la miseria ci scappava sempre. Fino a quando non trovai un microfonino da appuntare sul reggiseno. Tanto non c’era pericolo. Lo sbirro era corretto. Lo sbirro voleva solo notizie, impressioni e confidenze. E così, lascia il motorino nella piazza e sali in macchina. Ti ci infili anche se il paese è piccolo e la gente mormora. Lo sbirro era pure belloccio. Meglio l’inciucio che far sapere di una chiacchiera, un registratore e un giudice che aveva i figli stronzi.
“A volte torno a casa e non vedo l’ora di farmi la doccia. Mi sento sporco”.
Infilale le mani ogni giorno nella fetenzia umana! e poi vedi come puoi sentirti, se quello che prendi, nell’agendina ha il numero del tuo capo. Dicono di conoscersi perché la città è piccola e le feste sono fatte sempre dalla stessa gente. Ma io non ci ho mai creduto. Perché io, il fruttaiuolo che fa lo strozzo, se non voglio incontrarlo, non lo incontro. Mica ci apro l’agenzia immobiliare assieme. Dicono di conoscersi per caso, come animali in gabbia, che finiscono per annusarsi e accucciarsi vicini, salvo poi sbranarsi quando arriva la ciotola col pane.
Il problema era che alla ciotola ci eravamo arrivati anche noi. Io per un verso, lo sbirro per un altro. E noi mica stavamo lì a sbanarci. Noi eravamo persone intelligenti che non facevano due volte la stessa fatica.
La volta che mi fece vedere la foto ci rimasi di merda.
“So che ogni tanto si fa vedere da queste parti. Ma lo sai che non posso mandarci i miei. Ci mando l’ispettore e lo riconoscono subito. Il paese è piccolo. Se lo vedi, fammi sapere”.
Ma io l’avevo già visto: era seduto due tavoli più in là, nella pizzeria. Birra e frittura all’italiana, mentre prendeva le patatine con le mani e le sporcava nella maionese del vicino. L’avevo visto in faccia perché era alto, bello e grosso. Ma sguaiato. E gli altri non si sognavano di sfilargli la maionese. Stavano sotto, si capiva subito. Si sentiva dalla sua risata grassa, che riempiva tutta la pizzeria. Così che le cose che non potevi scordarti erano la puzza di fritto, le fotografie dei vips delle feste patronali finiti lì a mangiare per fame e la risata grassa di quello.
“L’ho già visto”
“Se torna, avvisami”.
Lo so che poi è tornato, come io sono tornata in quella pizzeria. Dicevo: andiamo, la pizza non è un granché, la frittura te la porti poi addosso, però è vicino e facciamo in fretta, giusto un boccone. Quante scuse. Ci speravo. Già mi vedevo: quello alto, grosso e bello seduto con la sua risata sguaiata, le patatine, la maionese e i cagnolini intorno. E io, che mi alzo, vado in bagno e chiamo lo sbirro. Avevo già il telefonino, ma gli essemmesse non esistevano ancora. L’avrei fatto, anche se il tavolo di quello stava vicino alla porta del cesso.
Finì che quello tornò e si fece vedere in giro, anche se non nella pizzeria.
Finì che la telefonata la feci lo stesso, ma lo sbirro non fece in tempo.
Finì che quello lo prese lo stesso, ma solo quando il giudice se n’era andato in pensione.
Finì che lo sbirro non mi avvisò con un minuto d’anticipo sugli altri.
Finì che fummo tutti e due contenti di essere persone per bene.

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Una Risposta a “Lo sbirro”

  1. …c’eravamo tanto amati!

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