I fiori sopra il male. Un grazie e un addio
Ho impiegato due giorni a digerire il viaggio di un’ora. Siamo ai saluti, quasi. E dentro so bene che non sarà un arrivederci. Non è questo il mio magone. O forse lo è. Mi proponesti una confidenza che non avrei immaginato. Un’offerta al volo che afferrai per opportunismo, come me ne capitano. Ma è il mestiere che non metto in pagina. Di me non sai quanto riesca a essere ipocrita; delle volte che guardo negli occhi le persone con un sorriso e dentro nascondo il disprezzo più profondo. Il mestiere è quello. Con te è altro opportunismo, che ho avuto modo di sfogare poche volte. Nella solitudine non c’è ipocrisia e potrei anche dire che questa, magari, è coscienza. Non lo so: mi salgono in gola gli scrupoli da manuale, ne abbiamo parlato; invece è solo quella stanchezza che mi fa aggrappare a una speranza venuta da lontano. E l’ho solo annusata, questa speranza. E’ difficile però, sai, rinunciare, in mezzo a tanto lezzo, a un odore gradevole. Anche se appena appena accennato. E di questo ti ringrazio.
Così ci togliamo subito il dente: io ho da dirti grazie, per me e solo per me. Dei miei compagni m’importa davvero poco. Non riesco a trovare una ragione sola perché meritassero anche loro di annusare quella speranza. Assuefatti come sono. L’ho avvertita appena e non perché fosse debole. Era forte e dirompente, ma stava sola in mezzo a una distesa. Era talmente diversa che l’ho colta prima con sospetto: qui abbiamo sempre paura delle cose che non conosciamo, cui non siamo abituati, quelle che parlano una lingua diversa dalla nostra. Perché noi parliamo il dialetto. C’è quello dei lazzaroni e quello di corte. Sguaiati o composti: non farci caso, perché la difficoltà è la stessa per tutti. Dobbiamo tradurre il nostro pensiero. Pensiamo in dialetto. E così, tra la frase pensata e quella detta, corre la verità. Tu, forse, non hai avuto il tempo per notarlo.
Non c’è stato tempo, mannaggia, e io ho capito troppo tardi che non dovevo pensare in dialetto per spiegarmi fino in fondo. E allora lo faccio qui, adesso. E’ il mio modo di ringraziarti per questa parentesi in cui la sensazione, che qualcosa potesse cambiare davvero, è stata forte e mi ha regalato euforia. Ti lascio una storia, ché tu possa portarla con te, da usarla, quando qualcosa non ti sarà chiaro.
Io non ho prove. Ho solo un grande archivio. E mi comporto come quando mi trovo di fronte a un giochino enigmistico semplice e rapido. Ci sono tanti punti numerati. Unirli, seguendo l’ordine, porta a comporre un disegno, a rivelare una figura. Non deve sembrarti poco. Anzi, è abbastanza. E’ solo così che puoi spiegarti come e perché un giudice che anni prima stava perentorio di fronte a un politico, improvvisamente gli si trovi seduto accanto, che compia un’iperbole tanto arcuata per spiegare che la sua strada non ha mai sfiorato quella persona. Ed è così che puoi capire perché un farabutto riesca a stare in mezzo alla gente, che dovrebbe somigliarti, senza disagio. Dipende dalla figura che bisogna comporre, unendo quei punti.
Se ci fosse stato più tempo, ti avrei fatto conoscere una strada. Parte dalla città e arriva al confine. Chilometri di asfalto che raccontano tutta la nostra storia. Dovresti fare però un salto di trent’anni, per capire come quello che viene presentato come il bene comune nasconda sempre l’interesse di pochi. Non c’era quella strada e non ce n’erano altre. Per questo morirono in tanti, trent’anni fa. E allora dissero che una strada avrebbe portato vita, lavoro, progresso…
Quella striscia d’asfalto rende i confini meno lontani. E basta. Perché da un lato e dall’altro puoi vedere quante industrie sono nate, le stesse che sono fallite; puoi vedere posti magnifici, come una grande piana, dove anche il lago si sono mangiati con la loro indolenza, la loro insipienza. Puoi vedere quanto cemento è stato colato su quelle pietre che si sbriciolavano. Dalle pietre alle ville. Vuote. E arriverai al confine, guardando negli occhi la Basilicata, la Puglia, tanto è profondo l’orizzonte. Un giorno qualcuno dovrà pur spiegare perché ha venduto terre, persone e coscienze. Un giorno; oggi non servirebbe a niente. Spero qualcuno lo faccia, anche nel buio della sua casa. Io conosco le loro case, mi ci sono infilata per capire. Sono stata anche alle loro tavole, zitta. E’ solo lasciandoli parlare, parlare e parlare che ti accorgi di come lo facciano rincorrendo la loro immagine in un vetro, in uno specchio improvvisato. In fondo l’unica spiegazione è solo questa.
Tu non potrai mai dimostrare i loro piani. Non perché siano più intelligenti, più scaltri di te. Anzi. Sapessi quanto sono corti: messi di fronte alla realtà, si sentono spaesati. E’ perché non hanno bisogno di incontrarsi per decidere. Non devono stabilire quote e compensi. Hanno la fila davanti alle loro porte. E le loro storie sono circoli viziosi, dei quali non potrai mai conoscere l’inizio e mai la fine. Simbiotici o parassitari, questi sono i rapporti, secondo il punto che scegli per osservarli. Si scambiano linfa, che sarebbe il veleno degli altri. Se dovessi scegliere una data, ti indicherei il 1971, quando quattro ragazzi rapinarono una banca. Tre finirono in galera, il quarto no. Il quarto fece, in silenzio, nell’ombra, tutti i gradini della nostra scala. E quando fu sullo scanno più alto, si mise di lato, di sbieco, restando un profilo. Non dimenticò i vecchi sodali, anzi li ha sempre usati e loro hanno usato lui. Quella, credo, fu l’unica volta che qualcosa fu deciso a tavolino. Tutto venne di conseguenza: le trame, i segreti, che sono nascosti in tanti di quei volti che avrai incrociato, in quei nomi che ti avranno citato.
Io sono nata nell’anno del colera. Vorrà pur dire qualcosa: che certi odori mi si sono fermati al limite delle narici, dove gli occhi sorreggono il cervello. E’ per questo che forse gli “odori” gradevoli mi turbano, mi insospettiscono. E quando capitano cerco di non abituarmici: so che non durano. Ora però, proprio ora che è finita, che leggo in quei dialoghi, che starai leggendo anche tu, una storia che sta tornando, ora resta solo la tristezza. Per non aver provato di più, per non aver “spiato” di più.
Quando ho voglia di vantarmi di qualcosa, penso alla mia famiglia e a come sono cresciuta: con qualcuno che mi indicava sempre le differenze tra bello e brutto. Ma oggi mi perdo nelle facciate dei palazzi che sono cemento messo alla rinfusa, dove il marmo scolpito può essere ricoperto di una patina di gesso, per ripulire alla meglio e più in fretta il nero del tempo. E’ una crosta sottile. A grattarla non viene fuori il bello, solo il marcio che nessuno ha voluto curare.
In questa terra disperata una patina riveste anche le parole, quei discorsi lindi. E noi siamo abituati a scrostare quella patina bianca e a leggere il marcio che si nasconde.
Sono stanca. E quando la stanchezza raggiunge il limite, offro una scusa banale per alzarmi dalla scrivania e correre a casa, in giardino a giocare con i miei cani. E il bisogno di “toccare” qualcosa di bello. Un’ora sola basta a lenire un po’ la stanchezza. Altre volte ho bisogno di qualcosa di più. E allora corro in quei posti dove l’infinito è in quell’orizzonte così azzurro. Sono posti bellissimi, sai. Ma ho smesso di fare anche questo. L’ultima volta è stato una settimana fa, su quella strada che è lunga trent’anni. Sotto quelle terre c’è il marcio degli uomini, c’è la pochezza di chi si è presentato con l’abito più rispettabile e ha solo sommerso di cemento le terre, le anime; ha fatto dei contadini degli operai e degli operai dei miserabili.
Eppure sopra tutto quel marcio, sopra tutte quelle menzogne, sopra tutto quel male continuano a crescere alberi e prati e fiori. Ma quelli non sono la nostra speranza, sono soltanto il nostro alibi. E il mio dolore.
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ogni volta è una scoperta con te
No, signor Sifossifoco. E’ sempre la stessa storia. Solo che anche trovare parole ogni volta diverse comincia a essere un esercizio faticoso e inutile
dopo parole come queste, uno darebbe tutto se stesso per allungare la tua speranza. la nostra!
un bel pugno allo stomaco, non c’è che dire.
Quoto Gianni…
Una descrizione così… mai vista!
Signora, complimenti per quello che sai! A quando il secondo round? Fatte sentì!
alla fine mi sposo davvero, questa volta.
Mi sono ricordato di quando me lo chiedevi sempre… ogni volta che sul mio blog appariva un racconto di fantasia: “questo perchè allora ti sposi?”
Senti ma che è successo tra otto pagine e i puglisi? Ho visto che sul sito dell’us avellino ha auspicato che diventasse 4 pagine per pagarlo la metà :-D
e il puglisi che fa? prende il giornale di dell’utri… ma che sta capitando alla mia bella terra?
Forse quello che è sempre successo ahimè…
Però per quanto lo si possa criticare una volta in politica c’era de mita… oggi la carfagna… perdonami, il primo onestamente mi faceva pure piacere che tenesse sotto scacco il nord, la seconda mi fa solo rimpiangere il primo, un conto è tenere sotto scacco, un conto è tenre… stando sotto e stringendo… qualcosa del nord a favore del nord…
e lo chiamano pari opportunità… che è successo alla mia amata terra?
Gabriè ci sta o’sole e a fatto escì e nuvole: o’vere che mo vene a chiovere e che….. ;-)forma dialettale ,-)
Mi fa quasi venì a chiagnere ;-)
pasq