L’imperfetto
Ho cominciato con la macchina per scrivere, nonostante trafficassi già con i computer. A dieci anni un Vic 20 e imparai Load, Goto, Input. Ho cominciato con la macchina per scrivere e la mia via è piena di passi in avanti che nascondono ritorni al passato. O forse è il contrario?
Ho una bella macchina fotografica digitale e, sfogliando schede e cartelle disseminate ovunque, ho scoperto bianco&nero e facce. Scatti non programmati. Soltanto quello che cercavo, ma senza saperlo. E adesso invece lo so. Sfogliando un cd di foto, di luoghi e di facce che nemmeno mi appartengono, dentro ho trovato le storie ascoltate tante volte. Le storie che avevo cercato spesso, passando davanti al palazzo che era dei bisnonni, col portone oggi sempre chiuso. Quelle ante alte e massicce solo una volta le ho viste appena appena scostate. E ho rivisto il pozzo al centro dell’atrio, con la scalinata intorno. Non c’erano più il marmo e i colori muschiati, ma la scala mi ha riportata dritta in quel lungo corridoio, immaginato più che visto e vissuto. E cominciava sempre tutto da quel corridoio, da quelle stanze, che si animavano di quel che non c’è più.
Tra le foto che non mi appartengono ho ritrovato il bisnonno alto, grosso e gentile, il trisavolo col bastone, le ghette e la paglietta, la bisnonna che infornava le pizze pasquali dal profumo che invadeva il vicolo, e le botti di vino, il mulino, i poverelli della questua domenicale, il falegname filosofo… tutti i racconti di un’infanzia lasciata al buio. Tutti i racconti che si
facevano al pomeriggio, di domenica, dopo il ragù e dopo che il terzo grado sulla scuola fosse finito. Erano domeniche più belle di quelle dei Buddenbrok e dei Guermantes. Lo so. E l’estate, l’estate cominciava con la prima visita di zia Adriana, che tornava per arieggiare la casa sul Corso. I suoi ventagli erano grandissimi, o forse le mie mani ancora troppo piccole. La primavera: nonna che sistemava i guanti di capretto bianco e via quelli più scuri. L’inverno, neve e vino cotto. L’autunno cominciava con il profumo delle castagne o del mosto. E io mi rivedo con una salopette rossa e una camicia a quadretti bianchi e rossi, i pollici infilati nelle bretelle, e la libertà di scorazzare per tutti i vicoli, incontrando sempre uno zio o una zia. Che non lo fossero davvero m’importava poco. Erano facce. Mi sembravano tutti vecchi, e affettuosi come solo i vecchi con i bambini sanno essere. Era piccolo il villaggio. E non era neanche mio. Forse per questo l’ho lasciato e dimenticato in fretta.
E oggi scatto e raccolgo foto, che siano facce di un tempo che non è mai finito.
(La prima foto è di quelle che mi sono state regalate, la seconda è di sessantadue anni fa e ritrae i miei nonni. C’è differenza?)

4 Responses to “L’imperfetto”
By ulisse sff on Dic 29, 2008 | Reply
Magistrale, come sempre… e io manca poco che ci casco, dentro a un pozzo di quella pietra che assomiglia al marmo, nell’acqua nera eppure fresca…
By Gabriella on Dic 29, 2008 | Reply
Signor Ulisse, lo scrittore è lei. Ma non mi caschi nel pozzo, che i suoi quadretti sono sempre i più belli, specie quelli del nonno Vardemaro. Icché, me li racconta?
Baci e abbracci, e la telefonata di buon anno, “spontaneamente” tocca a lei! (voglio vedè)
By aruspice roccioso implacabile on Gen 4, 2009 | Reply
Gabriella,da quanto tempo non ci si vede,eppure ho di te un ricordo particolarmente bello, di quando eri sei stata giornalista de “il mattino”.
Come stai? Dove vivi? Immagino che con la maturità anagrafica sei diventata ancora più bella con i tuoi occhi azzurri ed i capelli d’oro.
Mi farebbe piacere incontrarti, come amici speciali che annullano in un attimo il tempo trascorso . Ho sempre ammirato la tua onestà intellettuale. Un caro saluto all’inizio di questo nuovo anno Rocco Quagliariello
By Gabriella on Gen 5, 2009 | Reply
Rocco! e chi dimentica un sabato passato dalle 10 del mattino alla mezzanotte in un’aula di tribunale ad aspettare assieme una sentenza…
Un abbraccio e un augurio di buon anno anche a te