Leonida alle Termopili
Io non parlo di me, parlo d’altro. Parlo sempre d’altro, quando mi trovo di fronte facce contrite, di chi è convinto sia giusta una frase composta.
Parlo della serenità ritrovata, del gusto di una passeggiata, di un’ora a cavallo, di un appuntamento di lavoro (perché di lavorare non smetterò mai). E lo capisco: essere “disoccupati” è una vergogna. Essere disoccupati significa essere improvvisamente “poveri”. Di fronte ai poveri, non c’è altra faccia che quella della commiserazione.
E allora non parlo di me, parlo d’altro. Di otto anni romantici, che hanno attraversato due decenni della mia vita: ero tra i venti, ne esco in mezzo ai trenta. L’ultimo anno no. Per ricordarlo dovrei parlare di me, delle volte che ho preferito non calare le braghe, non chiedere scusa e aspettare che il tempo mi desse ragione. Dovrei dire, raccontare, parlare come se si trattasse di Leonida alle Termopili. Di eroico, invece, non c’è alcunché. Dirò solo che ho passato un anno aggrappata a pensieri belli, che sono stati tanti e che mi hanno distratto dal confino.
Ma prima, prima… prima c’era tutto quello che volevo: la scrivania era un punto d’appoggio per le scartoffie e per la tastiera; tutto il resto era intorno. La telefonata di Luciano, mentre ero in mezzo a un mare di guai familiari: “Dài, vieni qui”. La prima volta di fronte a una pagina da decidere e io: “non sono capace, facevo altro, trenta o quaranta righi pittati“. La borsa già pronta per andare a casa e la telefonata alle 11 di sera: “c’è il morto” e il signor Mario che prende la macchina fotografica e mi accompagna. La stanza divisa con Ciccio, sempre piena di fumo. La notte a Lauro con Marco, Daniele ed Enrico, quando nessuno aveva il coraggio di scattare le foto di tre donne uccise. La volta che scappai su un terrazzo assolato con Enrico perché in strada erano mazzate. La giornata sotto la neve e la paura di non mantenere una promessa. La complicità di Gianluca. Le battute di Mario. La volta al Quirinale. La pacca sulla spalla di Federico: “Hommo!”. La stanza di Claudio per le confessioni e i ragionamenti. Le urla di Alfredino con il bidone della carta. Le cazziate di Angelica. Le volte che tutto stava per andare allo sfascio e il giorno dopo era meglio. Il piacere della libertà, la paura di non esserne all’altezza.
Poi tutto cambia. In un attimo. Per una lettera che chiedeva soltanto sincerità: vi fidate di me? E la risposta ha impiegato un anno. Io, però, la conoscevo già. Avrei potuto andarme con i miei piedi. Mi è stato anche chiesto. No, non ho sbagliato io. Ma non conta, adesso c’è il fango. Non è crollato quello che è stato per otto anni. Niente macerie, solo il fango di un anno. E volevo solo lavorare.
Fa bene ricevere telefonate, messaggi, strette di mano, ma smettete di dirmi: “Mi dispiace”. A me non dispiace: non può dispiacermi aver smesso di prendere fango.

5 Responses to “Leonida alle Termopili”
By Paolo on Mag 23, 2009 | Reply
Ieri mi è passato il take dell’Ansa sotto il muso e oggi ce n’è un altro. Ho pensato di chiamarti, ma visto che i nostri contatti sono a cadenza triennale e che ancora non è scaduto l’ultimo triennio, ti lascio due parole qui: ma che cazzo ci fa una come te in provincia??? Smettila di fare la vita comoda e misurati fuori. Mi fa piacere notare che non ti sei iscritta al circolo degli autocommiserati e spero ti darai da fare immediatamente. Non posso dimenticare l’appoggio che mi hai dato per la frana di Sarno.
By Lesorja on Mag 23, 2009 | Reply
Se non fosse che sei già sorella di Mariano farei domanda per adottarti come sorella mia…
By Carmen Pol on Mag 23, 2009 | Reply
Mai letto Ottopagine, magari ora che stai a casa ’sto blog lo puoi aggiornare un po’ più spesso, quindi quasi quasi mi fa piacere.
Secondo me col tuo talento puoi scrivere dappertutto, sicuramente lo sai, ma mi piaceva l’idea che avessi deciso di restare in provincia a raccontare quelle persone e quei paesaggi a cui sembri anche voler bene.
Peccato peró che ancora una volta le persone “che contano” non sanno che farsene di un poco talento, coraggio e voglia di lavorare. O forse é colpa tua che ne hai troppo di tutte e tre
Comunque, una volta ho mandato il link di un tuo post, quello di Mastella, a Repubblica suggerendogli di assumerti, t’hanno fatto qualche proposta?
Un abbraccio e come mi disse un’amico quando mi licenziarono “Coraggio, il peggio é passato, adesso é tutta salita” É dura ma si va verso l’alto. Suerte
By miic on Mag 25, 2009 | Reply
Ok, non mi dispiace. E invece mi accodo a quelli che l’hanno detto prima di me: col tuo talento, puoi scrivere per chiunque e su qualunque cosa.
By giulio spadetta on Mag 27, 2009 | Reply
Ciao Gabriella, ci ho capito poco ma mi dispiace molto. In un pezzettino di quei nove anni ci sono anch’io, e nel tuo racconto ho ritrovato le atmosfere e le sensazioni vissute da “giovane”.
Un abbraccio
G.